Cliente della Bpi si presenta in procura per reclamarlo e ne esce indagato MILANO Si è presentato intorno a mezzogiorno alla procura di Milano e se ne è andato soltanto in tarda serata e per di più come indagato. Bruno Bertagnoli, amico intimo di Gianfranco Boni (ex direttore finanziario di Bpi), si è affacciato alla soglia dell'ufficio del procuratore aggiunto Francesco Greco per spiegare che l'ormai famoso Canaletto sarebbe stato di sua proprietà e di. Come la cassetta-di sicurezza (una delle dieci) sequestrate ieri dalla guardia di finanza milanese. Mossa che gli è costata dieci ore di interrogatorio per un Canaletto di anomalie, perché dietro al quadro (definito dagli inquirenti l'unica cosa lecita) ci sarebbero decine di operazioni ardite e molto complesse compiute dalla coppie Boni-Bertagnoli. Da quanto si è appreso in ambienti giudiziali milanesi, Bruno Bertagnoli infatti risulterebbe indagato nel fascicolo aperto sulla scalata alla banca Antonveneta peri reati di ricettazione e riciclaggio. Sempre da quanto si è potuto apprendere, nel corso del lungo interrogatorio Bertagnoli avrebbe insistito nell'affermare che il quadro sequestrato (La "tauromachia" del Canaletto) sia di sua proprietà. Ed è proprio su questo punto che gli inquirenti intendono vederci chiaro. Il dipinto sarebbe infatti riconducibile a Fiorani e a Bertagnoli soltanto come prestanome. A quest'ultimo infatti gli inquirenti sarebbero arrivati grazie alla dritta della banca di Lodi che aveva segnalato nei mesi scorsi la stretta vicinanza di Bertagnoli a Boni e in particolare che l'imprenditore agricolo si era presentato in banca per depositare il quadro proprio accompagnato da Boni. Insomma, nuove indagini degli inquirenti per trovare quello al momento sembra un vero e proprio tesoro nascosto dentro a numerose scatole cinesi. Una ricerca che deve anche tener conto dei movimenti e delle indagini dei magistrati svizzeri. I circa 240 milioni di euro che Gianpiero Fiorani ha messo a disposizione per rifondere i clienti truffati, rischiano di sparire come neve al sole. A incassarli, non saranno probabilmente i correntisti cui il banchiere più indagato d'Italia avrebbe sottratto circa 100 euro a testa, inventandosi spese inesistenti, ma la Svizzera. Là procura federale elvetica ha aperto un'inchiesta per riciclaggio sulla scalata alla banca Antonveneta. L'indagine, stando a quanto si apprende, coinvolgerebbe Paolo Marmont, già indagato a Milano, e Francesco Ghioldi, entrambi cittadini svizzeri. Fra mercoledì e ieri i magistrati svizzeri avrebbero sequestrato una trentina di conti correnti che farebbero riferimento a persone, indagate e non, coinvolte nello scandalo della banca di Lodi. Marmont, raggiunto da un mandato di cattura emesso dal Gip di Milano, è consigliere d'amministrazione della Bpi Suisse, la filiale elvetica della Popolare Italiana, su cui sarebbero transitati ingenti fondi illeciti. L'altro indagato dalla procura federale, Ghioldi, è il consulente legale svizzero dello stesso Marmont. La pista è la medesima che batte da alcuni giorni la Procura di Milano. Dietro una serie di conti svizzeri, dai nomi di fantasia - Strozzi, Besozzi, Brunner- ci sarebbero in realtà Fiorani e compagni di scalata alla banca Antonveneta. Lì sarebbero finiti i proventi di operazioni finanziarie a dir poco "allegre" provenienti da una ragnatela di società offshore situate nei quattro angoli del Pianeta: Isole Cayman, Lussemburgo, Singapore, Delaware. In tutto sui conti posti sotto sequestro dalla magistratura elvetica ci sarebbero circa 240 milioni di euro, 70 dei quali sarebbero riconducìbili direttamente a Fiorani. Ed è attingendo a questo "polmone finanziario" dalla dubbia provenienza che il ragioniere di Codogno pensava di rifondere i clienti della Popolare italiana. Operazione che ora, con l'intervento di Berna, potrebbe sfumare. Ove provata l'accusa di riciclaggio, comporterebbe l'escussione di tutti i soldi depositati sui conti in Svizzera.
Sul Canaletto 10 ore di interrogatorio
Bruno Bertagnoli, amico di Gianfranco Boni (ex direttore finanziario di Bpi), si è presentato alla procura di Milano per reclamarlo e ne è uscito indagato. Bertagnoli sostiene che il quadro sequestrato (La "tauromachia" del Canaletto) sia di sua proprietà, ma gli inquirenti intendono vederci chiaro. Il dipinto sarebbe riconducibile a Fiorani e a Bertagnoli soltanto come prestanome. Gli inquirenti stanno indagando su una serie di conti svizzeri che farebbero riferimento a persone coinvolte nello scandalo della banca di Lodi. La pista è la medesima che batte da alcuni giorni la Procura di Milano.
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