L'inno di Mameli e la Traviata sono stati il linguaggio, il codice espressivo con cui; lunedì scorso, gli orchestrali del Teatro dell'Opera di Roma hanno manifestato di fronte a Montecitorio il loro disappunto per i tagli che l'ultima finanziaria, di questo governo apportava al Fondo unico per lo spettacolo. Musica, Teatro, Danza e Cinema si sono visti decurtati di qualcosa come 117 milioni di euro, una riduzione superiore al 20 per cento che porta il Fus dai 490 milioni del 2005 ai 373 del 2006. Un de profundis per finterò mondo dello spettacolo in Italia. Nessuno si era spinto così oltre quella soglia di decenza che d permetteva di dire che lo Stato italiano si occupava di Cultura: lo spettacolo dal vivo ed il cinema non sembrano più avere dignità di politiche pubbliche. Spesa residuale, questo sì; una sorta di lusso di cui, in epoca. di vacche magre. Si può fare tranquillamente a meno. II valzer del brindisi improvvisato dalla Fracci con un orchestrale del Teatro in piazza di Montecitorio vale un trattato sulle politiche pubbliche per la cultura. E pensare che nel lontano 1959 Malraux per accettare di fare il ministrò della Cultura di De Gaulle pose una sola precisa condizione: le risorse allocate al suo ministero dovevano essere pari all'1 per cento del bilancio pubblico. Pensando a ciò viene da interrogarsi sulle condizioni poste dal ministro Buttiglione per accettare di fare il ministro della Cultura: ci è difficile pensare avesse posto come punto non negoziabile la riduzione del 20 per cento delle risorse per lo spettacolo, A vedere quello che succede pare proprio di sì. Tagli al Fus e incapacità di iàr approvare dal Parlamento una moderna riforma dello spettacolo dal vivo, tanto più oggi alla luce della riforma del Titolo V che disegna un nuovo e più forte ruolo delle regioni e dei governi territoriali. Sono del resto costanti che segnano molti fine legislatura. Nihil novi sub sole con l'aggravante che le mancate decisioni politiche sul riassetto dei modelli istituzionali per il governo delle politiche dello spettacolo:dal vivo rischiano di aggravare lo, stato già. Comatoso di molte istituzioni culturali di cui si allunga l'agonia. Nel contempo non si apprestano risposte nuove in grado di raccordarsi ai mutamenti istituzionali, all'innovazione tecnologica e alla nuova domanda del pubblico. Sull' universo dello spettacolo dal vivo incombe pur sempre il cosiddetto "morbo di Baumol", una modalità peculiare di "fallimento del mercato" per cui solo l'intervento pubblico può correggere e superare gli earnings gap generati dal divario tra costì e ricavi tìpico del settore: a fronte dell'incremento dei costi del "lavoro vivo" è impossibile produrre incrementi nella produttività. In poche parole senza l'intervento da parte del sistema pubblico lo spettacolo dal vivo sarebbe destinato all'estinzione. Ora senza evocare una improbabile, almeno nel breve periodo, dislocazione del reperimento delle risorse nel "mercato", (tramite la bigliettazione, il ricorso al "mecenatismo" o alle "sponsorizzazioni" ) è dunque d'obbligo interrogarsi se, per quanto concerne il governo del settore, non sia possibile delineare modelli istituzionali più congruenti con criteri di "equità" nonché di efficienza ed efficacia nell'allocazione delle risorse. Sul punto "equità" è utile una precisazione. Evocando Bourdieu, Carla Bodo ricorda che il consumo di "spettacolo dal vivo" in Italia è correlato al titolo di studio: il 44 per cento di chi va a teatro, il 27 per cento di chi va ad un concerto di musica classica è laureato, così al di sotto del diploma superiore i tassi di frequenza calano drasticamente per ogni tipo di spettacolo, in particolare per i concerti classici. È sempre Bourdieu a sostenere che la pratica più discriminante socialmente, in quanto strettamente legata alla "classe sociale" e al grado di istruzione posseduto, è proprio la frequenza ai concerti. Per quanto riguarda invece efficacia e l'efficienza non si può non prendere prioritariamente in considerazione la questione relativa alla gestione "centralizzata" delle risorse dell'universo musicale e teatrale: una gestione che unifica La Scala e i 1672 complessi bandistici che hanno ottenuto quest'anno un contributo di 600 euro ciascuno. Senza voler in alcun modo sminuire t'importante significato culturale incorporato nell'universo che ruota attorno alle bande di paese, non possiamo però non interrogarci sul senso e sulla legittimazione di un intervento "statale" così articolato e sulle sue finalità. In genere quando si discute di politiche culturali in Italia si evoca il policentrismo, la complessa articolazione dell'identità e della struttura dell'offerta culturale, legata alla nostra storia "plurale", agli antichi Stati unitari- da cui per inciso ereditiamo il "melodramma", la "musica di Corte" - alle "cento città". Diversamente dalla Francia dove, per dirla con Gravier, si ha Parigi e poi il "deserto francese"; ossia una struttura centroperiferia chiara nelle gerarchie culturali, all'origine delle prime politiche, vagamente "pedagogiche", legate alla "democratizzazione culturale" di Jean Laurent e Jean Vilar. Politiche incentrate sui centri teatrali nazionali, declinati poi da Malraux nelle mastodontiche ed ingestibili Maisons de la Culture che inseguivano il mito dell'andare al popolo, dell'"educazione del popolo" di Condorcet, che fu. in nuce alla base della conseguente legittimazione istituzionale delle politiche pubbliche nel settore dello spettacolo dal vivo. Non a caso Pasolini diceva che la cultura non andava portata, poiché la cultura è nei luoghi. "Ma la situazione attuale? Eultima Relazione sull'utilizzazione del Fus predisposta dal ministero conceme il 2004 ed è un utile strumento per scandagliare le modalità allocative delle risorse statali per la musica. Nel 2004 il Fus è stato pari a 494.160.881 milioni di euro, di cui ben il 51,3 per cento (253.393.580) canalizzato a favore delle 14 Fondazioni lirico sinfoniche. Nel comparto teatrale il 22 per cento delle risorse va ai 16 teatri stabili pubblici, il 14 per cento ai 16 teatri stabili privati, il 25 per cento a 262 imprese di produzione teatrale, il 10 per cento a 34 stabili di innovazione, il 6,9 per cento ai circuiti territoriali. Va detto subito che il Fus presenta nei suoi criteri allocativi degli squilibri territoriali fortìssimi: e non solo tra Nord-Centro e Sud dove rifluisce solo il 14,8 per cento delle risorse, ma anche tra centri e periferie all'interno delle macroareee. Vi sono province del Sud dove non arriva un euro, così come si registrano squilibri tra province del Nord, tra città capoluogo, veri e propri catalizzatori-di risorse,- e le province... le loro periferie. È questa l'altra faccia del policentrismo, il fatto che a cento città, appunto, corrispondano spesso' altrettante "periferie culturali". Il 20 per cento globale del Fus è concentrato nel Lazio. L'ltalia "policentrica" è in realtà il paese europeo con il più forte grado di centralizzazione nella gestione delle risorse per le politiche culturali. Il "centro" pesa ancora il 50 per cento, le regioni il 16 per cento, le province il 2-3 per cento, i comuni oltre il 30 per cento. Nel mentre lo Stato "sostiene" forme di spettacolo musicale a forte connotazione di "bene culturale", il rischio è che tale centralità delle politiche precluda azioni nel comparto dell industria discografica, sì pensi attiva al 20 per cento che penalizza un dvd di Battisti o di De Andre rispetto ad un brutto libro con Uva al 4 per cento; per non dire della necessità di sostenere i nostri produttori indipendenti nella nuova filiera della digitalizzazione. La nuova legge sullo spettacolo dal vivo andrà fatta, a questo punto nella prossima legislatura, ma nell'affrontare il nodo delle politiche teatrali e musicali dovrà operare con attenzione alla necessaria articolazione territoriale delle politiche e nella consapevolezza che lo Stato non può ridurre la sua finizione a quella di soggetto mero "erogatore" di contributi. Le risorse vanno ridislocate a partire da una contrattualizzazione, regione per regione. Va definita più compiutamente una strategia attenta ai nuovi consumi giovanili, alla proiezione internazionale delle nostre istituzioni più prestigiose, alla definizione di regole precise nella gestione di bilancio, specie per le Fondazioni liriche per la quali si impone un ripensamento del loro ruolo e del loro modello funzionale. Il prossimo governo dovrà anche su questo terreno delicatissimo, come ricorda spesso il presidente Ciampi, lavorare a partire da un lascito di macerie e caos. Ma come noto dal caos qualche volta emerge un nuovo ordine e di questo di sicuro l'intero mondo dello spettacolo ha un gran bisogno. capoffuppo Margherita commissione Cultura Camera dei Deputati
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