Estremamente istruttive sono state due recenti puntate di Ambiente Italia sulle periferie (www. ambienteitalia. rai. it, 23 novembre e 3 dicembre scorsi, in realplayer). Esordisce il sociologo Martinetti: «I palazzoni sono parte del disagio, non le sue cause». Ma come mai poi si chiamano architetti «eccellenti» per «riqualificare» le periferie (vedi Bilbao)? Che cosa propriamente ci si attende dal loro intervento? Gli insediamenti tipo Scampia o Enziteto a Bari sono stati realizzati da architetti e ingegneri mediocri? Magari sì; e il Corviale allora (Mario Fiorentino, 1972-82)? Se l'architettura e l'urbanistica mediocri hanno segnato il tempo e lo spazio del nostro recente passato, possibile che ciò non costituisca ancora un problema di riqualificazione culturale delle nostre facoltà tecniche e conseguentemente della nostra professione? Le amministrazioni locali sono talvolta lodevolmente impegnate negli interventi di riqualificazione; ma poi ci accorgiamo che si tratta di banalità, per quanto essenziali (riparazioni di edifici, di scuole e loro attrezzature, creazione di posti di polizia o presidi medici, interventi di tipo assistenziale diverso). Ed è meraviglioso che tutto ciò si riveli solo oggi come una necessità, mentre avrebbe dovuto far parte di un piano organico, di un programma finanziario a lungo termine, a partire dal piano Ina Casa, concepito per meri interventi edilizio-residenziali, dai quali erano banditi l'intervento privato e le strutture commerciali, non gestibili col contratto a riscatto che regolava gli affidamenti delle abitazioni. In proposito, Giulio De Luca, autore con Capobianco e altri di uno degli insediamenti più equilibrati della periferia napoletana (La Loggetta), raccontava le difficoltà incontrate per realizzare una diecina (!) di negozi nella piazza affusolata del quartiere. Negozi sorti numerosi subito a fianco, negli edifici speculativi costruiti sui suoli limitrofi dall'impresa che aveva lucrato nella costruzione del quartiere, snaturando così quel faticoso tentativo d'identità urbanistica promosso da De Luca. Arturo Cucciola (l'urbanista di Enziteto) sostiene che questi quartieri sono errori che non si possono più cancellare, occorre riqualificarli. Però sono stati costruiti, e costruiti nella piena consapevolezza, fuori da ipocrisie, che fossero un errore, un male (il male minore, forse?). Perché oggi non potrebbero essere demoliti? Possibile che il costruito, quale che sia, debba affliggere il nostro presente e il nostro futuro, pur quando ne sia conclamato il fallimento? Possibile che errori generalmente riconosciuti non possano essere più corretti, perché entrati a 'far parte della storia'? È proprio vero che le pietre non hanno colpe? E chi le ha avute, sennò? I quartieri dell'edilizia popolare sovvenzionata delle nostre periferie, anche quando non condizionati dalle ristrettezze economiche della ricostruzione post-bellica, si somigliano tutti, sono afflitti dalla stessa comune bruttezza, presentano tutti le stesse elementari esigenze. Dunque essi non sono solo il risultato di questo o quell'errore amministrativo o tecnico 'locale', ma di una carenza culturale di fondo, nella quale l'amministratore ha coltivato la gestione clientelare, il tecnico l'occasione di una realizzazione sperimentale, l'impresa il guadagno sulla costruzione di grande scala. Dov'erano i bisogni dei cittadini? Lì si è scontata la separatezza tra i diversi aspetti della nostra moderna cultura, la rivolta presuntuosa e saccente delle autonomie disciplinari e della evasione formalistica, in luogo del coordinamento e della interdisciplinarità, necessariamente relazionali; si è scontato cioè il maggiore guasto della cultura contemporanea: la frammentazione del sapere e il suo rigurgito nella metabolizzazione politica, dove pochi elementari concetti si trasformano in frasi fatte e mezzucci rimediativi, di corto raggio e di ancor più corta prospettiva, lontani - almeno finora - da quell'autentica rivoluzione partecipativa di cui avremmo bisogno per rifondare le nostre periferie, ma anche per darci una credibile prospettiva di sviluppo. A chi sostiene oggi di stare facendo, o di avere fatto o di stare per fare, occorre continuamente ricordare che è tardi, che questi problemi esigono la massima priorità, che una politica di priorità è fondamentale per la stessa credibilità della politica, che non bastano rassicuranti e generiche dichiarazioni rese in sciarpa rossa o in elicottero perché si creda fideisticamente nei conseguenti, immancabili risultati. Occorre peraltro, da parte tecnica, che la capacità proiettiva del progetto si arricchisca di nuovi apporti e si estenda alle valutazioni complesse, dialettizzanti e partecipative che la vita contemporanea richiede. Occorre che la politica faccia i suoi conti in termini di costi-benefici, dimostrati e dimostrabili, di nessi relativamente certi tra le previsioni progettuali e di pianificazione e i previsti conseguimenti, in termini misurabili di vivibilità. Occorre abbattere, insieme agli errori edilizi e urbanistici, anche gli slogan con e per i quali essi sono sorti: se è vero, com'è vero, che l'architettura è specchio della società, sappia finalmente farsi interprete di nuova solidarietà e nuovi valori, giacché quelli vecchi sono ormai logori e inadeguati. Solo allora le periferie restituiranno alla città, com'è sempre stato, ciò che la città avrà loro assicurato, in un'osmosi finora artificialmente impedita, rispetto al processo semi-naturale di crescita urbana degli ultimi tre secoli (che appare nel suo insieme addirittura migliore - nella sua articolata e disperata integrazione - persino in una città costipata come Napoli). Intanto, alle strutture accusate di essere tutto il male possibile si sostituiscono amene palazzine 'ordinarie'. Insomma, il «senso del sociale» (architetto Martinelli) è fatto di corti chiuse su spazi verdi interni? È fatto di balconate continue? È fatto di portichetti, eredi banalizzati dei pilotis? Qualcuno dica qualcosa di (relativamente) certo, in proposito. E sappia trarne le conseguenze dialetticamente necessarie: se l'architettura finora realizzata non risponde, per sua propria concezione struttural-formale, al bisogno sociale per la quale è stata commissionata, non ne è più possibile la conservazione, anche se fosse frutto di un'ardita (?) sperimentazione, come per le Vele di Secondigliano. E il proposto riuso di queste, con ogni modifica distributiva e di destinazione riconosciuta necessaria, è precisamente il segno del suo fallimento come architettura. Ma il punto vero è stato appena indicato: intende oggi l'architettura darsi una regola che risponda finalmente alla complessità delle istanze sopra accennate? È stato mai compiuto, nelle facoltà tecniche e negli studi professionali, quel salto di qualità che collocasse l'edilizia residenziale in una prospettiva di profonda sensibilità ambientale e sociale, o non è vero piuttosto che finora, salvo poche eccezioni, l'architettura è venuta elaborando un linguaggio sordo ed estraneo alla dialettica interdisciplinare e alla misura del suo esito sociale, preoccupato solo di apparire up-to-date rispetto all'immagine della produzione internazionale? Questo provincialismo formalistico avvelena la produzione architettonica ed edilizia contemporanea, nella sua stragrande maggioranza, e purtroppo anche la sua critica. Ed è in nome di esso che si tentano oggi salvataggi anacronistici. Ma se questo nodo non viene affrontato senza ipocrisie e infingimenti pseudo-critici avremo davanti a noi solo un diverso fallimento, segnato magari dalla banalizzazione e dall'appiattimento di ogni ricerca, sul modello piccolo borghese delle villette a schiera che accerchiano oggi la periferia di Madrid, o dalla retorica di un impossibile 'recupero' degli errori edilizi e urbanistici di casa nostra.