Un recente articolo di Valerio Magrelli poneva, senza dare risposte, la questione della modernità che irrompe, brutale, negli spazi delle chiese storiche romane. Credo che quella della pura tutela sia. in proposito, una posizione ovvia ma difensiva, l'argine estremo contro l'aggressione al patrimonio storico, indispensabile in un periodo di crisi come il nostro quanto inadeguata se appena si alza lo sguardo ai tempi lunghi della vita delle città. In base a questa nozione, infatti, Roma dovrebbe essere divisa in territori separati: quelli di valore storico, per i quale la modernità è solo patologica lacerazione e quelli contemporanei, labili e incapaci di durata, luogo del progetto moderno. Tutela e progetto costituirebbero, così, gli opposti criteri di intervento su universi separati: la città monumentale, immutabile, depurata di vita e quella contemporanea con le sue periferie in ebollizione. Criteri che sembrano corrispondere, più che alla realtà delle cose, alla contemporanea separazione e specializzazione dei saperi, all'ottica del conservatore che ha consuetudine con l'antico o dell'innovatore progettista che vede anche nel centro storico il territorio della libertà estetica. Di questa scissione l'architettura delle chiese costituisce una delle linee di frattura più evidenti, a partire dalla celebre cappella di Ronchamp dove Le Corbusier annunciava la moderna rivoluzione delle forme e della luce in uno spazio liturgico, tuttavia, assolutamente conservatore. E, tuttavia, sull'onda della spinta innovatrice del Concilio Vaticano II che indicava nuove necessità per la vita delle architetture per il culto (la centralità dell'ambone, il nuovo ruolo del battistero, l'altare rivolto ai fedeli), accanto a gravi manomissioni, si sono operate anche fertili sperimentazioni di una possibile strada verso l'innovazione nella continuità. Vorrei citare il caso esemplare di Santa Maria in Domnica alla Navicella, dove si sono eseguite le sole trasformazioni indispensabili aderendo non soltanto alle nuove esigenze, ma anche al vitale processo formativo dell'organismo. Col risultato di una limitata riscrittura che interpreta lo spazio preesistente nella continuità, come si deve per un monumento nato per stratificazioni. Un «adeguamento processuale» che potrebbe anche indicare un metodo di progetto per le tante opere di valore storico più recenti in disfacimento (valga per tutti il caso dell'Ufficio Geologico). Indicando come il nodo del problema non sia modernità contro conservazione, ma di quale modernità abbiano bisogno, insieme, i nostri monumenti e la nostra città.