Forse, gli archeologi italiani partiranno per Bagdad prima dei soldati. Con il direttore generale del ministero dei Beni culturali Giuseppe Proietti, andrà Paolo Battino, un sardo, tra i responsabili del Centro scavi di Torino che opera in Iraq dal 1963; a gennaio scorso, lui ha chiuso per ultimo gli uffici: ha ricoverato veicoli e macchinari in garages segreti, e fatto saldare le porte. Battino ha due baffi spioventi che lo rendono simile a un fedayn: «Durante la guerra tra Iraq e Iran, una volta mi toccò di correre a liberarlo; era incappato in una retata, cercavano civili da mandare al fronte, e non riusciva a convincerli di essere italiano», racconta Giorgio Gullini. Gullini, «romano da sette generazioni», la passione per la montagna («ufficiale degli alpini: conosco quasi tutte le vette dolomitiche»), archeologo, docente a Pisa e a Torino, scava in Iraq da 40 anni esatti. Ieri mattina era al ministero degli Esteri, dove conta antichi amici, a spiegare cosa il nostro Paese dovrà fare, «Stavolta, non partirò per primo: m'imbarcherò il giorno dopo che a Bagdad sarà funzionante un centro di dialisi»; così, come non avrebbe certo voluto, ad agosto festegerà in Italia i suoi incredibili 80 anni. Come era l'Iraq di 40 anni fa? «Molto più chiuso di oggi. C'erano i residui del governo comunista di Kassem, e non ancora la dittatura. Sullo scavo a Seleucia, un panino a mezzogiorno all'ombra della land rover, tutto deserto. Oggi, attorno al nostro villino c'è un bosco di palme. E a Bagdad, il Centro ha 35 locali». Mai visto Saddam Hussein? Come era? «Una volta, ad Hatta, l'unico centro archeologico a far parte del patrimonio mondiale dell'Unesco: l'Italia ha già offerto di compiere le istruttorie per iscrivervi altri sette luoghi famosi. Davanti a lui, tutti tremavano. Saddam aveva voluto le sue iniziali sui mattoni dei restauri. Mi disse: "Come il sigillo di Nabuccodonosor". E io: "Ma nei suoi caratteri cuneiformi, quello era più bello". Da allora non ha rinunciato all'abitudine; ma il suo monogramma lo ha fatto scrivere, ancora peggio, in caratteri cufici». Gullini ricorda la dozzina di siti iracheni dove ha scavato e spiega: «La cultura sassanide deriva dall'ellenismo: siamo almeno cugini». Dice che, «non avendo avuto il secolo dei lumi, l'idea della democrazia, in Iraq, è assai precaria; ma non si può esportarla sulla punta dei fucili; né lo può fare un Paese dove c'è ancora la pena di morte e che non ha avuto, nemmeno lui, il secolo di lumi». Poi, «visto che il 25 aprile è pros- simo», ricorda la sua storia: «Nel '43, in licenza per malattia dagli alpini, entro alle Belle Arti; e subito mi man- dano a Montecassino: a recuperare le sculture del museo delle Tcrme, nascoste lì, nel convento ormai non più sicuro». Sorride: «Bombe allora, bombe oggi». Per due anni, nascosto nel museo: «Un giorno arrivano le Ss, dovevo tornare a fare il soldato: via dai tetti; poi, mi dileguo mescolato tra la folla di Santa Maria degli Angeli». E adesso, in Iraq, che bisogna fare al più presto? «Valutare i danni al museo di Bagdad; spero che i gioielli di Nimrud, li ho visti anni fa ma li sapevo in banca, siano salvi; impedire gli scavi clandestini: dopo i bombardamenti vengono alla luce nuovi siti, e la densità in Iraq è assai superiore perfino a quella italiana. I beni culturali possono servire a inculcare la democrazia: fanno capire e valorizzare la propria identità, il senso di eredità, il rispetto degli altri. E chi se ne occupava, laggiù, non era coinvolto con il regime: tutta gente di prim'ordine». Ma le razzie che sono avvenute, come e perché? «Temo su commissione. Già dopo la guerra del 1991, molti reperti erano fuggiti ad Amman; poi, a Beirut, in Svizzera o Gran Bretagna: per i compratori americani, australiani, o giapponesi. Noi abbiamo diffuso le foto di ben 800 oggetti trafugati; mi dicono che 40 casse siano ferme alla dogana di New York, ma per irregolarità nell'importazione. Però, per l'embargo, non venivano restituite. Ora speriamo di bloccare chi voleva il bis di quella terribile razzia».
"Temo una nuova razzìa su commissione"
Gli archeologi italiani, guidati dal direttore generale del ministero dei Beni culturali Giuseppe Proietti, potrebbero partire per Bagdad prima dei soldati. Tra loro c'è Paolo Battino, un sardo che opera nel Centro scavi di Torino in Iraq dal 1963. Battino ha chiuso gli uffici a gennaio e ha fatto saldare le porte. Gli archeologi italiani hanno scavato in Iraq per 40 anni, tra cui Giorgio Gullini, un romano da sette generazioni che ha scavato in Iraq da 40 anni esatti. Gullini ha raccontato la sua storia, tra cui la sua esperienza durante la guerra tra Iraq e Iran e la sua esperienza come archeologo in Iraq.
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