Due stanze stipate di capitelli e lastre di marmi pregiati di almeno quindici varietà: il "rosso antico" cavato da capo Tenaro nella Grecia meridionale, il marmo africano, il verde serpentino, l'ardesia, il "giallo antico" della Numidia e l'elenco potrebbe continuare. Questa è stata la sorpresa che aspettava gli archeologi che nel 1999 scavavano incalzati dalle ruspe nell'area in cui doveva passare il tunnel della rampa che, all'uscita del traforo del Gianicolo verso il Tevere, risaliva il colle in direzione del parcheggio sotterraneo. Lo scavo, forzosamente ce-lere e limitato all'area interessata dai lavori, aveva messo in luce una doppia fila di stanze di un'abitazione con varie fasi costruttive tra il II e il III secolo dell'Impero. Le pareti erano decorate con affreschi di mano abile, ma di livello comune e facevano pensare ad ambienti di servizio. Si disse allora che fossero parte della villa suburbana di Agrippina Maggiore, la madre di Ca-ligola, che le fonti collocano in Vaticano. In realtà non solo le strutture, ma anche i marmi rinvenuti sono sia pure di poco più tardi di Agrippina (morta nel 33). Inoltre, a essere pignoli, le indicazioni in nostro possesso si limitano alla valle dove Caligola costruì il suo circo, nell'area a fianco dell'attuale basilica di S. Pietro, e alla zona di via della Conciliazione fino al medioevale ospedale di S. Spirito, mentre tacciono della fascia tra il Gianicolo e il Tevere. In ogni caso, vicino a queste modeste stanze doveva trovarsi un ambiente straordinariamente lussuoso e di poco più antico, databile verso la metà del I secolo. Le pareti di tale ambiente erano rivestite di marmi esotici che vennero smontati in un momento non precisabile, accatastati ordinatamente sul pavimento e rimasero infine sepolti per qualche accidente naturale, forse un terremoto. Sta di fatto che nemmeno il visitatore più smaliziato che si affaccia a Palazzo Altemps alla mostra «I colori del fasto», dedicata ai rinvenimenti di questo scavo, nemmeno il più consumato esperto di marmi antichi, si diceva, potrà trattenere un sussulto di fronte ai due splendidi capitelli di parasta alti ben 70 centimetri all'inizio del percorso. Sono formati ciascuno di una lastra di rosso antico su cui aderiscono le foglie delicatissime del cespo di acanto di bianco marmo palombino e di giallo antico, nonché fiori di calcare verde. Sono steli esili e fragili che solo un mago dello scalpello poteva realizzare e che erano fissati al loro rosso supporto mediante incassi e mastice. È una tecnica di cui erano noti scarsissimi esempi e nessuno paragonabile per dimensioni e livello qualitativo. Al di sotto dei capitelli, la parasta continuava con un disegno a rettangoli di marmo pavonazzetto e rosso antico dal design geometrico ed essenziale, che non stonerebbe in un arredo moderno. L'aula in cui compariva questo prodigio dell'intarsio marmoreo aveva almeno altri due ordini di capitelli origina-lissimi in marmo bianco, che sono stati trovati smontati e anch'essi allineati lungo le pareti, nonché un .rivestimento di alabastro. Le lastre di questo marmo, spesse due dita, hanno un tono caldo inimitabile e possiamo solo immaginarne l'effetto complessivo. La parete doveva essere articolata a nicchie bordate da policrome cornici marmoree e decorate da piccole statuette: se ne è salvato solo un esemplare, una squisita figurina femminile con diadema e lunga veste cadente da una spalla, il tipo ben noto della Venere Genitrice, la dea protettrice della famiglia di Augusto, a cui era dedicato il tempio del Foro di Cesare. Diffìcile dire per quale nuova destinazione fossero stati smontati i preziosi marmi. Possiamo pensare che l'operazione fosse avvenuta in epoca tarda, dal IV secolo in poi, quando il sistema di approvvigionamento di questi prodotti di lusso era entrato progressivamente in crisi e si riutilizzavano sistematicamente elementi delle costruzioni più antiche. Il re Teodorico, per esempio, comanda in una lettera dei primi anni del VI secolo al patricius Festo di inviare a Ravenna, evidentemente per il suo nuovo palazzo, i marmi che giacevano smontati nel palazzo sul Pincio, quello scavato di recente dagli archeologi francesi nel parco di Villa Medici. E un papiro egiziano da Ossirinco, della prima metà del IV sec, conserva una lista di colonne che si trovavano in una città egiziana non meglio identificabile. Di tali colonne era specificato l'edificio di pertinenza, le dimensioni, la presenza di basi e capitelli, la pietra, la conservazione. Era la contabilità di un qualche progetto che prevedeva di restaurare o di costruire ex novo un edificio utilizzando le spoglie di edifici preesistenti mal ridotti. Restano dunque dei punti interrogativi sulle origini e sulla fine di questa domus: il proseguimento degli studi e dello scavo nelle aree adiacenti potrà dare qualche indicazione ulteriore. In ogni caso bisogna riconoscere il merito degli archeologi della Soprintendenza di Roma, che hanno lavorato tenacemente anche in una condizione di emergenza, nel clima concitato dei lavori giubilari: senza la loro capacità e dedizione una pagina nuova e intrigante dell'archeologia di Roma si sarebbe persa irrimediabilmente.