ROMA Non vuole essere polemico con nessuno, ma un momento drammatico come questo per la cultura in Italia non ricorda d'averlo vissuto. Riccardo Muti stamane alle 12.30, in diretta su Raiuno, dirigerà al Senato il concerto di Natale. Accanto al presidente della Repubblica Ciampi ci saranno i presidenti di Camera e Senato, Casini e Pera. Musiche di Schubert, Rosamunde e l'Incompiuta, e la Sinfonia dalla Giovanna d'Arco di Verdi. Dopo Lorin Maazel, è la seconda volta che si invita un direttore di questa statura. L'attesa stavolta è ancora maggiore e molti politici di rango hanno chiesto invano l'invito. Muti dirigerà l'Orchestra Luigi Cherubini da lui fondata un anno fa: 78 ragazzi italiani sotto i 3 0 anni. Per la prima volta dopo 19 anni non ha diretto l'apertura della Scala, ha lasciato il teatro ed è una ferita aperta di cui non vuoi parlare. Ma sembra aver acquistato una leggerezza che trasmette ai «suoi» ragazzi dell'Orchestra. «Mi fa piacere che l'ha notato». Stasera stessa replica a Vienna Le Nozze di Figaro che ha avuto un esito trionfale. Salvatore Accardo ha detto che presto dai 150 Conservatori usciranno 3000 nuovi diplomati. Che cosa li aspetta, che futuro avranno? «Oggi chi ha un diploma tecnico o scientifico ha molte più possibilità. I ragazzi della Cherubini sono meravigliosi, pieni di talento, stanno facendo passi da gigante, sono assetati di musica e desiderano dare molto agli altri. Ecco perché la domanda "che cosa sarà di noi?" è inquietante e drammatica; la loro presenza al Senato non è solo un'occasione per fare musica ma per porre questa domanda. È doveroso rispondergli, sennò non avrebbe senso portare questo concerto al Senato, sarebbe una beffa. Ricordo il monito di Ciampi, "la cultura è l'anima di un Paese, la prima identità di un popolo"». Si parla del taglio dei fondi statali, scesi a 385 milioni di euro quando per l'Istat dovrebbero essere 800; sottolinea che all'estero i soldi per la cultura sono invece in aumento: «La Spagna ha decuplicato le sale da concerto, a Seul ci sono 18 orchestre sinfoniche. Noi abbiamo aumentato i conservatori e chiuso tante orchestre. Quante Regioni ne sono prive? Non si tratta di mettere una pezza al sacco della cultura, bucato da tutte le parti, è un problema che riguarda prima di tutto la scuola, l'educazione musicale, dobbiamo metterci in testa che l'insegnamento della musica è un dovere. Dobbiamo controllare il numero degli iscritti ai Conservatori, sono troppi e la maggior parte non ha possibilità d'impiego». Muti ricorda come l'opera «esportata in Giappone abbia creato ricchezza per il Made in Italy superando i prodotti di altre nazioni occidentali». Esprime la sua amarezza non con disincanto ma con lucidità: «Vedere questo degrado, anche se non sono più legato a istituzioni italiane, mi spiace. La mia presenza in Italia ha come punto di riferimento quest'orchestra di giovani che desideravo creare da tanto tempo per poter dare loro l'esperienza maturata con solisti e grandi orchestre. La maggior parte del tempo la passo al di là delle Alpi, soprattutto con i Wiener. E all'estero mi chiedono: "Ma cosa succede nel vostro Paese?". Diamo l'impressione che stiamo abdicando a un nostro dovere. E lo dice uno che ha sempre sottolineato con nerezza le proprie radici, che ha avuto grandi insegnanti. Io mi sento debitore verso il mio Paese, vederlo precipitare in questo modo mi addolora». Aveva detto che i politici sono più sordi di Beethoven... «L'Italia non è più il Paese della musica ma della storia della musica. È il nostro passato che grida vendetta e ha il dito puntato verso quello che non stiamo facendo. Sono considerazioni che non faccio solo io. Benigni ha detto che la cultura non conta nulla». Lo stesso ministro ai Beni Culturali, Rocco Buttiglione. riconosce che è considerata una spesa voluttuaria. «La domanda è: per i politici la cultura è unbene primario? La musica è vista come un intrattenimento, un errore madornale. Ho conosciuto diversi ministri della Cultura, la persona più attenta è stata Walter Veltroni, per ricoprire quel ruolo ci vogliono sensibilità e cultura. Chi segue le vicende della cultura negli ultimi 30 anni, ricorderà i miei numerosi appelli. Continuare è doveroso da parte mia, anche se mi sento come Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento».