Pietro il Grande chiamava la città da lui creata «paradiso», non con la parola russa raj che ha lo stesso significato, ma con quella europeo-occidentale, greca e latina, che designa un luogo di eterna beatitudine. Dimostrò così le sue inclinazioni culturali, manifestate nel nome tedesco della nuova città, fondata nel 1703 e di lì a poco (1712) promossa a capitale: San Pietroburgo. Nome che nel '14,quando la Russia era schierata contro la Germania, fu slavizzato in Pietrogrado. Ma «San Pietroburgo», a cui è dedicata la mostra che si inaugura il 29 aprile al Vittoriano di Roma, contiene una fondamentale valenza che rimanda alla «città eterna», significando «città di San Pietro» (cioè del santo protettore dello zar), ma anche «città sacra di Pietro» se si pensa alla sacralizzazione del potere assoluto russo e del suo rappresentante, Pietro I detto il Grande, che assunse il titolo, romano, di imperatore. San Pietroburgo, nata dal nulla per volontà di un autocratico demiurgo, diventava la nuova capitale dell'Impero russo, soppiantando Mosca, vecchia capitale della Moscovia. Non era semplicemente una traslazione di centri del potere, ma l'atto di creazione di un potere nuovo, che si contrapponeva all'antico e voleva inaugurare un'era senza precedenti, quasi la Russia potesse cancellare il suo passato e, come su un candido foglio, si potessero tracciare su di essa i segni di un'altra storia. Pretesa grandiosa e rischiosa, la «modernizzazione»o «europeizzazione», e che, anche se non riuscì nella pars destruens, poiché è superiore ad ogni forza annullare ilpassato, portò però alla lunga, non ancora interrotta creazione di una Russia nuova, concresciuta sull'antica. Di questo atto di rigenerazione storica San Pietroburgo era principio e simbolo, motore e centro, prototipo e protomito. Nasceva come città premeditata e progettata, contrapposta all'organica e spontanea Mosca, e come città non orientale-bizantina, bensì settentrionale-europea, una città imperiale e trionfale, ordinata secondo un criterio di regolarità e razionalità, una sorta di nuova Roma, edificata secondo le norme neoclassiche del tempo. Era una classicità che la Russia non aveva conosciuto nel proprio passato e che, come il Barocco di certa sua architettura, le affluiva lungo una genealogia culturale e politica immaginata dai suoi due grandi sovrani Pietro I e Caterina II, entrambi fregiati del titolo di Grandi. Solo grandi artisti occidentali, in particolare italiani, architetti come Giacomo Quarenghi, Carlo Rossi, Bartolomeo Rastrelli, ai quali si associarono artisti russi d'ingegno, potevano realizzare il «paradiso» di Pietro I, un «paradiso» che voleva avere la maestà e la grandiosità di una nuova Urbs aeterna, Città imperiale, Pietroburgo, ma anche città astrale, fantomatica, surreale. Una città, infatti, non è soltanto un'entità architettonica: è la quintessenza di un'esperienza storica, uno spazio che s'interseca con un tempo, e se lo spazio pietroburghese è quello sconfinato dell'estuario della Neva, reso fantastico dailucori boreali di certe sue notti bianche, il tempo entro cui sono decorsi i suoi trecento anni di esistenza è stato quello catastroficamente intenso che, dopo il periodo ascensionale del primo secolo circa di impero, ha registrato, a partire dal 1825, anno dell'infelice rivolta dei decabristi, primo segno premonitore di una rovinosa interna frattura, una lenta, inesorabile traiettoria discensionale, sotto l'apparenza di una onnipotente autocrazia, fino all'esplosionc del 1917. Cominciò allora una nuova fase neppure più russa, ma «sovietica», conclusasi solo di recente, e non ancora rimarginata che,per quel che riguarda la «città di Pietro», portò, nel 1924, a un nuovo cambiamento del nome, usurpato da quello del capo rivoluzionario Lenin. Leningrado, fino al 1991, quando con la libertà riconquistò il nome originario, iniziò allora una fase di emarginazione e provincializzazione, ma, come per certe famiglie di nobiltà decaduta, mantenendo pur sempre una sua, anche se smorta, superiorità rispetto alla «rivale» Mosca, ora ritornata capitale non più della Santa Russia, ma dell'ateismo comunista. Fu una perdita, in un certo senso, salvifica. È vero, nel periodo sovietico Leningrado fu vittima di due assedi terribili, quello permanente del nuovo potere e quello temporaneo della potenza nazista, sopravvivendo eroicamente ad entrambe le violenze. Ma la perdita del suo statuto di capitale, cosa inevitabile dato il suo carattere di città cosmopolita russo-europea di libera cultura creativa ormai anacronistica nell'era del totalitarismo rosso, tale detronizzazione salvò la città: Pietroburgo alias Leningrado, perso il suo rango imperiale, restò intatta, sfuggendo alla sovietizzazione prima e capitalisticizzazione poi di Mosca, che del suo fascinoso passato mantiene quasi solo il Cremlino e la sua piazza, entrambi però luoghi contaminati, l'uno da distruzioni e neocostruzioni, l'altro da una cimiterizzazione con al centro la grande Mummia. Ma non si tratta di due diversi destini architettonico-urbanistici soltanto: Mosca, un tempo quintessenza della Russia patriarcale, è diventata oggi, dopo essere stata la città imperial-proletana di Stalin e dei suoi successori, la città del neocapitalismo opulento e nevrotico, Stato nello Stato, centro del potere affaristico e kaghebistico, mentre Pietroburgo, antico cuore dell'«europeizzazione», pur con la sua ormai un po' scalcinata elegan za che Mosca mai potrà toglierle, è lungi dall'aver riacquistato la dinamicità d'un tempo, anch'essa contaminata dal malaffare postsovietico. Città imperiale, ma anche città fatale, Pietroburgo. Dopo aver cantato i suoi fasti di «nuova Roma», la letteratura russa cominciò a scoprirne gli aspetti babelici, quasi il «paradiso» si fosse tramutato in «inferno». E' la Pietroburgo di Gogòl e di Dostoevskij, e dei simbolisti dell'inizio del Novecento, da Andrej Belyj ad Aleksandr Blok, la Pietroburgo «culla» e «tomba» della rivoluzione. Magicamente sovrana resta la Pietroburgo dell'età di mezzo, la Pietroburgo di Aleksandr Puskin, sole che illumina uno spazio architettonico e un tempo storico pietroburghesi sui quali già calavano precoci le ombre della sera. Eppure, al pari di una Roma fantastica, permane non in ruderi e rovine, ma intatta nella sua cristallizzata, ambigua, enigmatica bellezza.