Come spesso succede, il sovrintendente Adriano La Regina ha ragione: «Una donazione è sempre un bel fatto. E poi non entro nel merito. Quello che giudico è la collezione, la sua bellezza, ciò che rappresenterebbe per il mondo». Giustissimo. L'importante, nella vicenda della collezione Torlonia, è che torni visibile agli studiosi dell'intero pianeta. Sarebbe invece tipicamente italiano aprire un dibattito non sul vero merito (l'obbligo di restituire in qualsiasi modo sculture e bassorilievi a una fruizione collettiva) ma su un particolare (l'opportunità del possibile acquisto da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ne farebbe poi dono allo Stato italiano). Un gesto simile, nemmeno a dirlo, legherebbe per sempre il nome dell 'attuale inquilino di palazzo Chigi alla storia della cultura italiana. La questione è aperta dagli anni Sessanta, da quando cioè i principi Torlonia relegarono (con incredibile e sprezzante coraggio intellettuale) i 620 pezzi marmorei romani nei sotterranei del palazzo alla Lungara trasformato da museo in un alveare di miniappartamenti. Da allora quella miniera di sapere e di splendore è scandalosamente ammassata alla rinfusa e senza alcun riguardo scientifico. Sono immagini che addolorano chiunque abbia a cuore le radici di un'intera cultura, la noistra. Berlusconi vorrebbe acquistarla per regalarla allo Stato italiano? Benissimo, eccellente notizia. Si tratta invece solo di una fantasia giornalistica da ponte vacanziero? Ancora: benissimo, sarà un pretesto per riaprire un serrato confronto con i proprietari e arrivare finalmente a un3 seria conclusione. Una, sola cosa è certa in questa storia. E' impensabile che una famiglia continui una guerra contro lo Stato italiano per non cedere la collezione in cambio, si disse, del permesso di edificare un nuovo complesso museale nel parco di villa Albani. Ora per quel parco è in vista un esproprio: nella complessa partita Torlonia-Stato italiano la pedina è bloccata. E visto che i marmi sono fortunatamente invendibili pezzo per pezzo (catalogati, pubblicati e vincolati come sono) sembra difficile che il duello continui in eterno. Il sindaco Walter Veltroni aveva da tempo indicato ai proprietari anche una possibile sede per la collezione, il palazzo di via dei Cerchi. Ma tutto si è bloccato e non per colpa del Campidoglio. Adesso la prossima mossa tocca a una famiglia che ha il suo posto nella storia di Roma ma ora rischia di incarnare, agli occhi degli appassionati d'arte e della collettività, il modello diametralmente opposto a quello del mecenate. Visti i tempi di qualsiasi esproprio italiano verrebbe da ripetere ciò che ha detto l'assessore comunale al Patrimonio, Claudio Minelli, sulla possibile mossa di Berlusconi: «Se fosse vero sarebbe una buona notizia». Ma se non lo fosse sarebbe immorale se lo Stato sospendesse la partita in attesa di un altro, improbabile deus ex machina.