Ci sono patrimoni finanziari costruiti sulla sabbia e ci sono patrimoni storici che affondano per un po' di pioggia. Dei primi s'occupa, per fortuna, la magistratura; dei secondi proviamo a scriverne, per disperazione, un po' noi. Come il debito pubblico, che ci trascineremo di generazione in generazione perché la prima Repubblica ha speso il denaro che non aveva, e soprattutto che era nostro, anche per risanare l'arte partiamo con tre decenni di ritardo. E con i fucili scarichi: non ci hanno lasciato neanche la foto di tutti i beni culturali in Italia, il cui immenso monitoraggio è infatti in pieno e soltanto attuale corso. E perciò un giorno vedremo almeno al computer le immagini delle tante Domus Auree neppure chiuse per rischio di crolli ma semplicemente mai aperte per mancanza di soldi. Questa delle rovine rovinate, e non dal tempo, è un'onta di cui ancora oggi fatichiamo a comprendere le dimensioni: qualcosa di più gigantesco, se possibile, delle "scalate" a svariati ed evanescenti zero dei pirati bancari nella modernità. Siamo, sulla base di qualunque classifica e chiunque la compili, il Paese col più alto numero di tesori non del quartierino ma del mondo. Una sorta di museo a cielo aperto, che comincia a Vipiteno (è un gioiello già il nome: dal latino "Vipitenum", al quinto secolo risale la prima attestazione) e finisce fra le acque, naturalmente azzurre, di Lampedusa. Un museo di cui è impossibile quantificare il valore reale, che è frutto non di un'opa fumosa ma dell'opera famosa di chi ci ha preceduto nei secoli dei secoli. Di questa bellezza inferiore ed esteriore, di questa ricchezza inestimabile che per anni ha fatto dell'Italia la nazione più visitata della Terra, una qualunque classe politica avrebbe vissuto, e in senso buono, di rendita: una pennellata di qua, un restaurino di là, una riscoperta al Sud, un abbellimento al Nord e giù a ricevere, a continuare a ricevere milioni di esterrefatti visitatori da ogni parte del globo. Con tutte le ricadute di economia e di simpatia che una lungimirante azione del genere avrebbe comportato. Invece Lorsignori sono stati capaci di due follie, e giudichi il lettore quale ne sia la peggiore: istituire il ministero dei Beni culturali solo negli anni Settanta e con un ruolo da serie C Tant'è che di solito lo si regalava al povero socialdemocratico di turno. Come se non bastasse, in anni addirittura successivi è stato demagogicamente abolito il ministero del Turismo. E così i due punti di riferimento dell'eccellenza italiana, in patria e fuori, sono stati il primo declassato fin dalla nascita, e il secondo abbattuto prima che potesse camminare. Roba da alto tradimento, se l'indifferenza verso la memoria di sé e l'offesa ai beni dell'umanità potessero essere contestati almeno quanto l'"insider trading". Che cosa c'è di più grave del giocarsi la ragione stessa del proprio Paese? Quant'è stato insensibile, da uno a dieci, chi non s'è curato dì considerare la presenza, per esempio, di centomila chiese nella Penisola (centomila!) come di una risorsa unica al mondo che non riguarda soltanto preti e credenti? E così oggi paghiamo con gli interessi: basta un po' di bufera su Roma e la reggia di Nerone chiude per due anni. E due anni sono un'eternità nella società che vola sulle ali di Internet. Troppe ormai sono le emergenze che si richiedono in tanti settori per riparare ai decenni di incuria, di incompetenza, di errori. Ma soltanto orrore deve chiamarsi l'aver tanto a lungo trascurato il patrimonio dell'Italia. E allora che dalla legislatura 2006, cioè da domani, il ministero dei Beni culturali acquisti il peso politico del Viminale, dell'Economia, della Farnesina. Che dal 2006 risorga il ministero del Turismo con un ruolo strategico. Per risalire la china, la scelta è semplice: andare nella direzione esattamente opposta a quella della prima Repubblica. Più del settanta per cento degli iracheni è dunque andato alle urne. Nonostante il sangue, il caos, la mancanza di una tradizione democratica. L'unico "partito" sconfìtto è quello dei cosiddetti osservatori, che non osservano mai niente. E perciò non vedevano le vie d'uscite che gli iracheni stanno, faticosamente, trovando da sé. Mister Prodi ha dichiarato che non vivrebbe mai a Roma, "manco morto". Quando pensa di restituire, allora, il nome di battesimo?