Gli archeologi iracheni lo hanno definito il crimine culturale del secolo. Il Guardian ha parlato di una tragedia pari al sacco operato a Baghdad dai Mongoli di Gengis Khan nel 1258. E' certo che il patrimonio culturale del "Paese fra i due fiumi" ha subìto un danno irreparabile. Assieme alla memoria irachena viene ferita quella mondiale. I musei e le biblioteche della regione dove nacquero le prima città, il mito del diluvio e di Adamo ed Eva, da dove provengono il mito dell'Eden e Abramo, sono stati distrutti e saccheggiati. Baghdad, Bassora, Tikrit, Mossul sono i nomi più ricorrenti, non i soli, dello scempio avvenuto, ma è tutta la rete dei musei 'regionali' dell'Iraq a essere colpita. Non un carro armato che rimanesse fermo di fronte al Museo di Baghdad, o a quello di Mossul, nonostante le implorazioni di archeologi iracheni (The Guardian, 14 aprile, J. Steel). Soprattutto nonostante che l'Ohra, l'ufficio per la ricostruzione e l'assistenza umanitaria in Iraq creata da Washington avesse informato per tempo il Pentagono, ci racconta The Observer, sui siti a rischio di saccheggio, indicando il Museo ai primi posti. Le ferite più gravi appaiono quelle di Baghdad: centocinquantamila oggetti distrutti e saccheggiati al Museo Nazionale, decine di migliaia di manoscritti, libri, documenti secolari la quasi totalità della collezione depredati nella Biblioteca Nazionale. Cosa si è perduto, cosa è sparito? Non potremo saperlo mai con precisione, perché non esiste una catalogazione completa. Tra le decine di migliaia di manufatti, ricordiamo la maschera bronzea di Naram-Sin di Akkad, "il re delle quattro regioni", vincitore di di Ebla, databile attorno al 2250 a.C., la celebre arpa di Ur. Migliaia di tavolette in cuneiforme, tra le quali quelle provenienti, ancora, dalla mitica Ur dei Sumeri. La testa femminile di Warka, che campeggia nella copertina di uno dei grandi manuali di orientalistica, il Frankfort, pane quotidiano per tante generazioni di studiosi di orientalistica. Decine le statue di re assiri decapitate, come pure mancano all'appello preziose lastre narrative. Ma sono state colpite anche le memorie materiali di altri periodi, dell'ellenismo, prodigioso e ricco, dell'Islam: è stata portata via la grande porta lignea dell'XI-XII secolo. Tutto il mondo ha capito, tranne qualche anima candida, l'importanza centrale del petrolio e del dominio imperiale in questa guerra non legittimata dall'ONU: ora tutto il mondo deve essere cosciente dell'insensibilità di questo rozzi governanti statunitensi verso il patrimonio culturale. Anche da questo punto di vista gli Stati Uniti d'America si sono mostrati un paese inetto. Non siamo noi a dirlo: l'ha dichiarato al Washington Post Martin Sullivan, principale consigliere culturale di George Bush, dimessosi assieme a Gary Vikan, direttore del Museo Walters di Baltimora. Le ragioni dei fatti si annidano dietro le petizioni di principio dei militari americani (persino patetico quanto pubblicato da Stars and Stripes) e Colin Powell nelle ragioni del denaro e delle forze speculative, nel riaffermarsi delle logiche di chi non vede come la memoria culturale sia, prima che oggetto di mercato, fattore di appartenenza collettiva, che non percepisce né persegue perciò la dimensione pubblica dei beni culturali, leggendone unicamente gli aspetti speculativi e antiquari. L'assalto ai musei è stato fatto con decisione e competenza, sfruttando il rifiuto dei militari americani di proteggere i luoghi della cultura, da bande armate disposte a tutto pur di avere possibilità di proporre una nuova offerta - e che offerta ! - nel mercato internazionale dell'arte. La commissione dell'UNESCO, riunitasi a Parigi, chiede di fare ogni sforzo per impedire il traffico degli oggetti scomparsi. Ma non esiste un catalogo esaustivo di essi, e molti stati, fra i quali gli USA, non hanno firmato la convenzione di Parigi del 1970 contro il traffico illecito di opere d'arte. Il furto più grande appare però quello della consapevolezza: crollata con la miseria decretata dal terribile embargo che ha minato il popolo iracheno degli ultimi dodici anni, rendendo tra l'altro pari a zero i fondi per la protezione dei musei e delle aree archeologiche, facendo impennare la piaga degli scavi clandestini e creando la corsa alla vendita di sé nei nuovi mercati globali. Quali? Le indicazioni degli esperti parlano chiaro: Stati Uniti d'America, Svizzera, Giappone, Parigi. Il Comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale Ugo Zottin ipotizza il nord Europa e gli Stati Uniti. Sarà difficile impedire che questo avvenga. Le forze del grande collezionismo coincidono non di rado con quelle che dominano l'economia. A volte hanno anche credito nell'archeologia ufficiale, come dimostrammo anni fa per una incredibile mostra di reperti archeologici, con numerosi bronzetti sardi, di provenienza sconosciuta, a Ginevra. Traiamo da questa vicenda diversi insegnamenti: il primo, amaro, è che la strada per una rete di leggi internazionali che regolino il mondo civile e democratico è sempre più in salita; peraltro gli Stati che hanno voluto questa guerra non hanno mai firmato le convenzioni e i protocolli UNESCO per la protezione del patrimonio culturale in caso di conflitto armato. Il secondo è che la catalogazione dei beni culturali è la precondizione essenziale per la tutela. Catalogare, fotografare, schedare i reperti è il primo passo per il loro riconoscimento, per la esplicitazione del valore culturale, per la loro individuazione in caso di furto. Il terzo è che la circolazione dei segni culturali relativi all'identità di un popolo e del suo territorio deve essere sottratta alle leggi del mercato. Non deve essere garantita nessuna impunità per chi si è procurato e detiene illegalmente oggetti archeologici, se non li restituisce, perché sembra profilarsi dietro motivazioni di 'emersione' di reperti illecitamente posseduti - l'ennesima sanatoria per crimini e delitti, magari con premio di rinvenimento: i beni archeologici devono uscire dai salotti e riempire gli spazi pubblici. L'apprezzabile iniziativa delle Autorità italiane verso il patrimonio iracheno si avvale di personaggi prestigiosi come Giorgio Gullini, e della competenza degli appositi nuclei dei Carabinieri, che hanno nel loro codice e nella loro tradizione la difesa dello Stato e non quella del collezionismo privato. Vogliamo anche ricordare che la nostra Italia, attenta per sua natura e storia ai beni culturali, non ha ancora firmato il secondo protocollo di Hague per la difesa dei beni culturali in caso di guerra: il nostro Governo dovrebbe firmarlo. E dovrebbe chiedere agli amici americani la firma di tutte le convenzioni e i protocolli UNESCO che si sono finora rifiutati di sottoscrivere o ratificare.