La Domus Aurea non è un caso isolato: dai Campi Flegrei a Piazza Armerina, il Paese è in degrado Per decenni si è intervenuti con leggi speciali ma si è trascurata la manutenzione ordinaria Sos beni culturali. La benemerita legge del 1939 e l'opera assidua delle Soprintendenze hanno salvato le nostre bellezze dalla speculazione edilizia ma non dall'incuria e a volte dall'oblio. Da sempre la conservazione del patrimonio è stata un peso più che un impegno. Si è intervenuti saltuariamente con leggi e fondi speciali e tanto clamore, ma si è sempre trascurata l'indispensabile manutenzione ordinaria. Per quest'ultima, attività troppo umile e fuori dai riflettori, i soldi non ci sono stati mai. Così oggi piove (più del solito) all'interno della Domus Aurea come un mese fa è crollato il muro del Palatino e nel 2001 un tratto di Mura Aureliane. Le terme di Caracalla sono pericolanti e l'area oggi visitabile è molto ridotta (come del resto al Palatino). Per loro fortuna questi sono luoghi famosi nel cuore della Capitale e, in caso di incidente, la mobilitazione è assicurata. Ma che dire delle molte bellezze abbandonate a se stesse in tutto il Paese? Che dire per esempio dei Campi Flegrei, di cui da decenni si attende la resurrezione? Lì c'è tutto: Cuma prima colonia greca d'Occidente, Baia con le più belle ville dei Cesari, Miseno sede della flotta imperiale romana, Pozzuoli porto commerciale di Roma. E poi acque salutari, l'ingresso all'Ade, l'officina del dio Vulcano. C'è storia e c'è mito, ma a fatica si ricavano un varco tra edilizia selvaggia, degrado, immondizie, erbacce, squallore, abbandono. L'ultima denuncia degli ambientalisti napoletani è dell'estate scorsa, ma rifiuti e muri cadenti alle terme di Baia e altrove non sono diminuiti. Ogni tanto spuntano persino materassi o bidè. Neppure a sud di Napoli la situazione migliora, neppure nella fulgida Salerno. Ha un gioiello, San Pietro a Corte, che condensa in sé tutta la storia della città. Ed è l'unico palazzo longobardo sopravvissuto nel nostro Paese. L'area scavata negli anni 80 è visitabile dal 2001 solo grazie all'impegno dei volontari del Gruppo archeologico salernitano, mentre i restauri della chiesa superiore si stanno protraendo all'infinito per cronica carenza di fondi. Da quattro anni l'intera chiesa è circondata da impalcature. «Devono sparire presto per ridare al monumento la dignità che merita», denuncia il direttore del Gruppo archeologico, Felice Pastore. È forse scontato ma sempre indispensabile ricordare gli annosi problemi di degrado della villa del Casale a Piazza Armerina, o le case e gli stabilimenti a mare che invadono l'area archeologica di Selinunte. Ed è un vero peccato che le migliaia di visitatori di Taormina debbano spesso ammirare un teatro cosparso di rifiuti, tubi innocenti arrugginiti e schegge di legno, e con silos metallici in bella vista nella fossa sotto il proscenio. Il moderno allestimento di spettacoli ignora le più elementari regole di rispetto del monumento. Con gravi rischi per la sua sopravvivenza. Poi c'è la Puglia, con i suoi musei perennemente chiusi (per carenza di personale, di fondi, o per croniche lentezze nei lavori) e le aree archeologiche semiabbandonate. Come l'antica Herdonia, dove si è scavato per oltre 40 anni per generosità del proprietario del terreno. Si facevano visite, spettacoli e concerti. Ma dal 2000 un contenzioso tra Soprintendenza e proprietà ha bloccato tutto. Dove c'era una città romana ora ci sono abbandono e rovina. E sui cartelli oramai consunti dalle intemperie un visitatore deluso ha scritto: «Povera bella Italia. È uno schifo. Vergognatevi!». E così forse Herdonia non potrà neppure godere dei cospicui fondi stanziati dalla Regione Puglia per i beni culturali nel 2003 e non ancora utilizzati. Si spera che ne possa godere la tomba della Medusa di Arpi, scempio d'Italia. Una mostruosità di cemento non finita, brutale tentativo di musealizzazione, incombe dimenticata dal 2002 sopra una delle tombe più belle della regione. Il rischio di crollo e conseguente distruzione della tomba è imminente. Il Comune promette da tempo di sbloccare i lavori ma per ora nulla accade. «Doveva essere il simbolo del riscatto di Arpi, della vittoria della legalità sul degrado e lo scavo clandestino lamenta l'archeologo foggiano Giulio Volpe invece è tornata a essere simbolo di sconfitta». Pare invece destinata a buon esito la sorte della bella Domus del chirurgo in piazza Ferrari a Rimini. Per oltre vent'anni è stata una discarica in pieno centro cittadino. Una meraviglia che andava sempre più in rovina. Ora finalmente la discarica è diventata cantiere e tra breve, si dice, Domus e piazza saranno restituite alla città. Tranne gli alberi secolari da poco abbattuti per esigenze di cantiere. O la cultura o l'ambiente. Salvare entrambi nel nostro Paese non si può. Almeno così pare.