C'è un pezzo di Barcellona in mostra alla Biblioteca De Gemmis, a Santa Teresa dei Maschi. Non uno di quei pezzi eclatanti della nuova architettura dello star system che richiamano nella capitale catalana un consistente flusso turistico, ma un pezzo di periferia, nel quartiere di Nou Barris, dove gli architetti Andreu Arriola e Carmen Fiol Costa hanno realizzato il «Parco Central». La mostra, intitolata «Contemporary landscape. Nou Barris, cultura al carrer» resterà aperta al pubblico fino al 21 dicembre. L'hanno portata a Bari Massimiliano Fiore e Vincenzo Bagnato, due giovani architetti che si sono formati proprio a Barcellona, consiste in due reportage fotografici. Quello dello spagnolo Sergio Belinchòn è un documentario sui temi del rapporto tra il centro e la periferia, fra le infrastrutture e il paesaggio, dove le immagini sono scandite anzi contrappuntate da brevi testi, talvolta di poesia, comunque evocativi. «Palmes i Diapasons» si chiama invece il lavoro fotografico dello svizzero Beat Marugg e del tedesco Markus Bassler che illustrano la costruzione del «Parc Central» di Nou Barris, fra il 1997 e il 2003. Non possiamo certo sottrarci alla tentazione di fare dei paragoni e di confessare tutta l'invidia che ci assale mentre guardiamo come i Barcellonesi affrontano il compito inderogabile di curare la periferia riprogettandola a partire dagli spazi pubblici, mentre a Bari sta per avvenire un fatto clamoroso: l'introduzione dei crediti urbanistici. Per quel che ne sappiamo, sarebbe la prima città in Italia o comunque fra le prime ad applicare un criterio di risarcimento per i proprietari «penalizzati» dal fatto che un suolo già edificabile non lo è più per l'avvento di una legge di tutela delle coste o del sistema idrogeologico o dell'ambiente. L'esempio peraltro criticato largamente dagli urbanisti di Milano, dove è stato fatto qualcosa di simile per l'area della Fiera, è incongruo. Lì si tratta di un caso circoscritto, unico, di un «apax» direbbe un filologo, qui di una norma generale, valida per tutti e per tutti i casi. È una ben strana idea, quella di proteggere il capitale d'impresa dal rischio d'impresa, sicché un «diritto» a costruire perduto a Japigia sarebbe trasferito altrove, mettiamo a Poggiofranco. E magari in un'area migliore, dal punto di vista immobiliare, andando a pescare in quegli spazi ancora liberi, inedificati, che sono tali solo perché destinati dal piano regolatore - per esempio - ai servizi finora irrealizzati, scardinando ogni coerenza di relazione tra residenza, terziario e infrastrutture, qualsiasi disegno urbano con le sue altezze massime, le sue distanze minime, i suoi volumi. Di questo, soprattutto, si discute nella Giunta municipale e fra i partiti della maggioranza, quando si parla - in questi giorni - del cosiddetto «Programma di riequilibrio urbanistico» che dovrebbe - nelle intenzioni del sindaco Michele Emiliano e dell'assessore Ludovico Abbaticchio - compensare la mancata adozione di un nuovo Ppa (il Piano pluriennale di attuazione). Nato per dare una regola di intervento edilizio nelle zone di espansione (quelle appunto oggetto del Ppa), il «Programma» ha preso da questa circostanza la sua essenza totale: uno strumento per incrementare l'espansione urbana, mentre un nuovo piano regolatore, anzi un Pug, dovrebbe prendere le mosse dalla considerazione che Bari necessita innanzitutto di una riqualificazione del tessuto costruito. Il «Piano Casa» appena approvato dalla Giunta regionale pugliese destina la maggior parte dei 240 milioni di euro stanziati proprio al recupero del patrimonio residenziale pubblico e ai programmi integrati per le periferie e i centri storici. La rotta comunale verso i crediti urbanistici va nella direzione opposta e candida Bari ad un imbarazzante primato. Ma consoliamoci con i gioiosi catalani. L'architetto Carmen Fiol Costa è una giovane e spiritosa signora evidentemente soddisfatta del lavoro che ha realizzato nella sua città. L'abbiamo incontrata all'inaugurazione della mostra, la settimana scorsa, dove ha discusso con l'urbanista Nicola Martinelli e con l'architetto paesaggista Maria Valeria Mininni, tra gli altri. «Il quartiere di Nou Barris a Barcellona - racconta l'architetto Carmen Fiol - mostra la capacità della periferia della città contemporanea, la città reale, degradata e discontinua, di essere trasformata dando continuità alla relazione tra l'uomo e l'ambiente. I luoghi della città, case e piazze, i luoghi coperti e quelli scoperti, pubblici o privati, creano legami tra loro mentre esibiscono le differenze simultanee». Questo tema della simultaneità - abbiamo scoperto - è essenziale del progetto per Nou Barris, tanto che Arriola e Fiol chiamano in causa in Cubismo, per spiegare che il tempo è davvero la quarta dimensione di uno spazio complesso e profondo, relativo e non più cartesiano, dove la velocità variabile dei collegamenti tra la periferia e il centro e all'interno della stessa periferia modificano continuamente la percezione dei limiti, delle distanze e delle posizioni. Lo spazio pubblico, attraversato e diviso da una strada ad alta intensità di traffico, è stato riunificato con gradi rampe e passaggi pedonali e passerelle aeree. Un alto grado di permeabilità è l'obiettivo che si voleva raggiungere. Ci pensino i baresi quando affrontano il problema dell'Asse Nord Sud e avventatamente si compiacciono che si stato trasformato in una imprevista autostrada urbana. Non sempre è facile riconoscere i problemi teorici nella concretezza di un progetto realizzato, ma nel caso del «Parc Central» questa intenzione si avverte subito, soprattutto nella definizione di diversi livelli di suolo, sicché l'atto del salire o del discendere sono una modifica dello stato, della relazione con lo spazio pubblico. C'è forse troppo disegno in questo progetto: un'ansia di riduzione delle forme alla sicurezza della geometria che soffoca la naturalità. Troppa pavimentazione, senz'altro, una qualche rigidità nel trattamento degli specchi d'acqua. Ma si deve pur riconoscere che un carattere ostentativo ed enfatico appartiene alla tradizione architettonica catalana della Modernità. E le palme metalliche che segnano puntualmente il paesaggio di Nou Barris, piegandosi fino a diventare pensilina, sono oggetti scultorei che più nulla hanno a che fare con la banalità seriale dell'arredo urbano.