La crisi economica in cui versa il teatro San Carlo, anche grazie ai tagli previsti dal Fondo unico per lo spettacolo, non è una novità. Come non lo è l'appello all'imprenditoria privata affinchè si faccia avanti per tenere in piedi, enti illustri ma che mostrano segni reiterati di fragilità. Purtroppo, negli ultimi anni, si è creata nel Mezzogiorno una enorme asimmetria tra istituzioni culturali e scientifiche - e il San Carlo, al pari della Scala di Milano, è tra i maggiori teatri lirici mondiali - e la realtà economica e imprenditoriale del Mezzogiorno. Così, mentre per il massimo milanese l'intervento dei privati è in grado da garantirne lo sviluppo con produzioni di straordinario livello, la vicenda che investe il San Carlo è molto più delicata. E non riguarda unicamente semplici sponsorizzazioni a questo o quello spettacolo che viene messo in scena, bensì la politica complessiva che concerne il futuro del teatro, ovvero di una delle istituzioni culturali più in vista che testimonia la qualità della tradizione culturale dell'intero meridione. Il patrimonio culturale del Mezzogiorno, la conservazione e la sua possibilità di sviluppo sconta inevitabilmente l'indebolimento subito negli anni Novanta della sua struttura economica. E ciò emerge in tutta evidenza nel momento in cui assistiamo alla crescita di una curiosa sussidiarietà alla rovescia che chiama la filantropia privata a coprire i vuoti sempre più ampi prodotti dal ritrarsi dell'azione pubblica. Il nodo centrale della crisi che inevitabilmente investe anche il San Carlo così come primarie istituzioni di cultura e di ricerca, è che non ci sono risorse «endogene» adeguate ancor prima che motivate a sostenere progetti di grande respiro. Le banche, se intervengono (sempre di meno, in omaggio ad una malintesa interpretazione dellaloro natura di «impresa»), lo fanno in quelle aree dove più forte è il loro legame territoriale, quale che sia formalmente la sede legale. E le fondazioni bancarie, che al Nord svolgono il citato ruolo di sussidiarietà rispetto allo Stato, al Sud operano in misura del tutto insufficiente per la duplice ragione che quelle meridionali sono ben poche e -soprattutto -scarsamente patrimonializzate. L'Istituto Banco di Napoli, da me presieduto, con un patrimonio che sfiora il 5 di quello delle Fondazioni meridionali (e lo 0.2 di quelle italiane), copre oltre il 20 del totale delle risorse erogate al Sud (meno del 3 del totale); è chiaro che una simile situazione non può risolvere il problema, tantomeno quello di istituzioni come il San Carlo che hanno bisogno di fondi ingenti e in maniera duratura. Allora c'è una strada per fare in modo che patrimoni della cultura nazionale ancor prima che partenopea scadano definitivamente al rango di simboli virtuali? Penso di sì, anche se essa è tutt'altro che di agevole percorso. Credo che il mondo delle fondazioni bancarie possa svolgere un ruolo strategico al Sud proprio in favore della cultura e della ricerca scientifica. Il protocollo di intesa siglato lo scorso ottobre con il forum del terzo settore che, ci si augura, consente di superare un contenzioso che vale alcune centinaia di milioni di euro consente - se correttamente interpretato - di avviare - un discorso strategico e stabile centrato sul Mezzogiorno. Le fondazioni debbono prendere coscienza che esiste un patrimonio di assoluto valore da difendere e valorizzare e che questo, lungi dall'essere un patrimonio localistico, rappresenta un contributo di identità dal quale il sistema Italia non può prescindere. Le fondazioni, insomma, possono progressivamente inglobare nella loro missione la tutela di questo grande bacino di ricchezza che é il Sud. Salvaguardare il ruolo e la tradizione del San Carlo, dunque, è un episodio importante di questa strategia, un guadagnano netto, sotto ogni profilo, un tassello importante per dialogare con Napoli e per rovesciare il lento declino italiano che oggi tanto ci assilla.