- Chiusa da più di trent'anni riapre al pubblico dopo un lungo restauro la Rocca di Sala Baganza, che fu residenza dei signori di Parma. Un viaggio nel passato tra affreschi del Procaccini e del Baglione . SALA BAGANZA (PARMA) - Per la mostra del Parmigianino Parma ha messo fuori tutti i gioielli di famiglia: dai capolavori d'arte che non possono essere spostati come gli affreschi di Santa Maria della Steccata, ai borghi e castelli, ai percorsi enogastronomici, al parco dei boschi di Carrega, alla "Card del Ducato". E infatti i risultati si vedono. In poco più di due mesi i visitatori si avvicinano ai 150 mila (137.950), ma soprattutto la media quotidiana continua a crescere ed è oltre i 2.000 (2.156). É tutto un territorio in movimento fra Bardi e Soragna attraverso un percorso di rocche (Varano, Torrechiara, Montechiarugolo, Felino, Fontanellato, San Secondo, Roccabianca). L'unica che mancava era la rocca di Sala in val Baganza, ma anche lei si è unita allo schieramento, anzi la sua apertura al pubblico è un evento significativo. Perché la rocca era chiusa da oltre trent'anni, dai terremoti del 1971 e 1983, e un po' in ombra fra le residenze e i castelli che circondano Parma. Nel 1987 il Comune di Sala Baganza, con l'acquisto dell'ala nord ovest, la parte "cinquecentesca" della rocca, ha posto le premesse per un pieno recupero, sia fisico che culturale di architetture, affreschi, decorazioni. Di proprietà privata sono rimasti il settore est e tutta la corte rustica (la Cortaccia) ad ovest del palazzo signorile. I radicali lavori di consolidamento, recupero e restauro sono cominciati nel 1992, curati dallo Studio Breschi-Montevecchi e finanziati da Comune e Provincia di Parma, Regione Emilia-Romagna, imprenditori locali. La storia della rocca comincia nel 995, il toponimo è di origine longobarda, ma la svolta avviene con la famiglia Sanvitale, che ne reggerà le sorti fino alla "gran giustizia" del 1612, quando, dopo la decapitazione di Girolamo II e di suo figlio Gianfrancesco, il feudo passa ai Farnese. Con la costruzione a torri angolari quadrate con dongione centrale, che ne sottolinea il ruolo di primo piano nel sistema dei castelli parmensi, la rocca di Sala vive il massimo splendore grazie agli interventi dei Sanvitale. Tra il 1564 e 1578 si arricchisce di un piano nobile con stupendi cicli di affreschi del bolognese Ercole Procaccini (1515-1595) che raffigura la storia di Enea dalla fuga da Troia all'arrivo nel Lazio, nella terra ove sorgerà Roma. Elementi di cultura raffaellesca e michelangiolesca, appresi durante un soggiorno romano, si amalgamano con raffinatezze degne del Parmigianino. Ad artisti di scuola padana cinquecentesca sono da attribuire anche gli affreschi della cappella Palatina e del gabinetto dei Cesari. Ad un altro artista bolognese, Orazio Samacchini (1532-1577), per celebrare le sue seconde nozze con la colta e giovane Barbara Sanseverino, Giberto IV commissiona la sala poi chiamata d' Ercole. Al primo piano della parte pubblica, nelle sale ora adibite ad esposizioni temporanee, i recenti restauri hanno svelato un prezioso apparato decorativo sulle volte e alle pareti delicati brani di affreschi a grottesche, quadrature, e paesaggi architettonici, inediti. Quando la scelta dei Farnese ricade definitivamente su Colorno come residenza ducale, la rocca di Sala inizia il declino. Prima però Antonio Farnese ristruttura le ali est e sud e ne ricava un grande appartamento per la corte con splendidi affreschi del fiorentino Sebastiano Galeotti attivo nel Ducato dal 1710 al 1729. Per i limpidi colori, le composizioni vivaci e i luminosi soggetti allegorici, il personalissimo stile del Galeotti, rivela qui una piena maturità e costituisce un modello, non solo parmense, per il nascente rococò. Nel 1748 la proprietà passa dai Farnese ai Borboni. La rocca riprende vita con don Filippo di Borbone e l'eccentrica moglie Maria Amalia d'Asburgo, amante della vita di caccia, che fa erigere il casino dei Boschi. Quest'ultimo diventa la residenza particolarmente amata della duchessa Maria Luigia d'Austria, moglie di Napoleone. La definitiva decadenza della rocca avviene ad opera del tenente piemontese Michele Varron che, avutala da Napoleone, nel 1823 ne fa abbattere le ali est, sud e ovest. Si salvano solo quella settentrionale, che contiene la parte più cospicua dei dipinti cinquecenteschi e settecenteschi e, isolata nell'angolo sud ovest, un'ampia sala, detta "dell'apoteosi", con decorazioni del Galeotti. Sempre nell'Ottocento parte della facciata sud viene rifatta in stile neoclassico. Gli interni del Cinquecento e Seicento. La visita comincia dal loggiato a piano terra nella parte posteriore della rocca, fra colonne in pietra dai capitelli di gusto ancora tardogotico. Un telamone in pietra annuncia lo scalone realizzato nell'Ottocento. Al primo piano, ricco di affreschi di scuola emiliana del Cinque-Seicento, si accede tramite un loggiato, al quale i restauri architettonici hanno restituito grazia. I vari proprietari della rocca, nei secoli, avevano otturato gli archi e avvolto le eleganti colonnine rinascimentali in muri divisori e di sostegno. In una sala adiacente sono stati trovati interessanti brani di affreschi (architetture, animali, scene mitologiche con la "Caduta di Fetonte"). Si giunge quindi al "Gabinetto dei busti" con le sculture dipinte a pennellate rapide e sommarie. Nelle parti terminali della volta l'ornato grigio si staglia sul fondo rosato. Mostruose figure alate circondano il grande ovale centrale, contornato da frutti e fiori. Nelle sottostanti lunette dieci busti femminili emergono da drappi sollevati con frange gialle. Le pareti di questo studiolo dovevano un tempo essere adorne di arazzi o parati perché sono ancora visibili le graffe che li trattenevano alla fascia lignea dipinta a finte tarsie che corre lungo tutto il perimetro della stanza. Nella "Stanza di Enea" ha inizio il ciclo pittorico attribuito ultimamente al Procaccini, la cui presenza a Sala è documentata verso il 1556-57. A dominare il riquadro centrale è Venere, fonte di piacere per gli uomini e per gli dei, mentre a suo figlio Enea sono dedicati i quattro tondi e gli otto riquadri angolari con gli episodi più drammatici della vita dell'eroe, da Troia in fiamme alla terra su cui sorgerà Roma. Accanto a questa sala è il "Camerino del Baglione", così chiamato dal nome del pittore cremonese Cesare Baglione (1550-1615), l'unico artista attivo in rocca di cui si conosca con certezza l'identità. Sono raffigurate le stagioni, grottesche con giocolieri, figure alate, voli d'uccelli, scene di caccia in paesaggi fantastici di sapore fiammingo, riquadri monocromi con episodi guerreschi, dipinti con fare rapido e immediato. "Cappella palatina". L'identità del pittore di questa cappella, detta palatina perché collocata all'interno del palatium, non è ancora accertata (forse Bernardino Campi), ma si tratta certamente di un autore di area padana ben a conoscenza dell'opera del Correggio e del Parmigianino (esilissime canne dai riflessi dorati, finta pergola intrecciata di rami di rose, scorci di cielo grigiastro, il giocoso gesto dei putti). Al centro un angelo solenne con la tromba aurea richiama l'attenzione sugli strumenti della Passione del Cristo, circondato da quattordici angeli. La cappella è oggi in diretto contatto con il "Gabinetto dei Cesari", che sembra ugualmente affrescato secondo la scuola padana cinquecentesca, come dimostra l'eleganza coloristica ed inventiva dell'ardita balconata ai cui angoli quattro putti in acrobazia reggono una distesa vela di colore viola su cui troneggia una donna guerriera che dovrebbe essere Roma. In cornici complesse compaiono i busti di nove imperatori romani che nel Settecento sono stati trasformati in santi. L'ultimo ambiente a cui si arriva è la "Stanza di Ercole" che, dopo le trasformazioni ottocentesche, è diventata una sorta di anticamera verosimilmente affrescata da Orazio Samacchini nella seconda metà del Cinquecento. La volta è decorata con un fastoso ammanto di drappi, ghirlande, labirintiche cornici e colonne che aprono balconi sul cielo livido, mentre nell'ovale centrale appare un minaccioso Giove tonante contro chiunque osi contrastare la marcia gloriosa del figlio Ercole che si produce in due delle proverbiali fatiche. A chiudere la vittoria di Ercole in Libia dove stritola il gigante Anteo. È la celebrazione della forza mentre nella "Stanza di Enea" aveva trionfato l'amore: i due elementi fondamentali della vita umana. Gli interni del Settecento. Gli interventi più pregevoli appaiono quelli di Sebastiano Galeotti, nell'ala nord. Il suo personalissimo stile, che evidenzia una piena maturità nei tredici controsoffitti dell'appartamento ducale, costituisce un modello importante per il nascente rococò per i colori, le composizioni e le allegorie degli affreschi, accanto ai quali risaltano ancora oggi gli stucchi delle cornici. Il ciclo pittorico si apriva con due trionfi, "La Sapienza" e "La Virtù" che il terremoto del 1971 ha fatto trasferire e che sono tuttora nei depositi della Galleria nazionale di Parma. Nelle stanze verso la piazza di Sala Baganza compaiono il lacunoso "Mercurio e Minerva riparano la Virtù dagli strali di Giove", "Il Tempo scopre la Verità", "Il Trionfo della Felicità Pubblica tra Pace e Abbondanza, con Prudenza, Mondo in veste di Pan e Consiglio", "La Gloria dei Principi"," La Mansuetudine scaccia l'Ira"," La Giustizia e la Religione presiedono al trionfo delle Arti nobili e alla cacciata delle Azioni malvage"," La Ragione"," La Scienza" e due "Prigionieri". Nelle stanze verso il cortile, probabilmente destinate alla corte del duca e per ora non visitabili, si incontrano "La Fama", "Il Trionfo della Virtù", "Donna coronata con trono e scudo", "La Clemenza"," Minerva invita alla Virtù e scaccia il Piacere"," La Punizione d'Amore" e infine una rovinata figura maschile. La celebrazione del duca viene riservata alla cosiddetta "Sala dell'apotesi" che rappresenta in una complessa ed affascinante corte di figure mitologico-allegoriche, l'ascesa tra gli dei dell'Olimpo dell'intera dinastia dei Farnese. L'intervento del Galeotti è riconoscibile anche nella "Sala dell'udienza", la cui volta fu ricoperta da un complesso affresco che esaltare la virtus farnesiana. Alla "Virtù Eroica" e alle "Virtù cristiane" si contrappone "Apollo corteggiato da Mercurio e Diana". Sempre negli stessi anni sono documentati altri interventi di pittori (Pietro Beltrami, Giuseppe Colombi, Giuseppe Baratta, Giovanni Tomasi e Giovan Battista Gatti). Ignote invece le maestranze a cui si deve l'elegante apparato di stucchi. Una splendida boiserie dipinta a grottesche e a finto marmo vivo orna le pareti di tutto l'appartamento settecentesco. Notizie utili - Rocca di Sala, piazza Gramsci, Sala Baganza (Parma). Orario: da febbraio a settembre dal martedì alla domenica 10-17 (ultimo ingresso). Da ottobre a dicembre dal martedì alla domenica 10-12 (ultimo ingresso); 15-17 (ultimo ingresso). Chiuso il lunedì. Durata della visita circa un'ora. Percorso di visita tutto il piano nobile più la parte cinquecentesca, il piano terreno e l'oratorio. Aperture straordinarie in occasione degli eventi legati alle celebrazioni del "Parmigianino". Guida "La rocca di Sala. Una storia ritrovata" (Editrice Compositori, Bologna). Biglietti: adulti 4 euro; bambini: fino a 6 anni gratis; da 6 a 12 anni 1 euro. Gruppi (minimo 10 persone) 3 euro; scolaresche 0,50. Visite guidate su prenotazione: singoli 6 euro; gruppi (minimo 10 persone) 5. Agevolazioni e convenzioni: Card dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza 3 euro. Informazioni e prenotazioni visite guidate 0521-834382; fax 0521-834812 iatsalacomune.sala-baganza.pr.it - www.comune.sala-baganza.pr.it