La fondazione Basso «vende» le piante di Roma, il Gramsci non compra più libri POCHI soldi e in ritardo. Sono quelli che la fondazione culturale "Lelio e Lisli Basso" ha ricevuto dal governo per il 2005. Pochi perché il taglio dell'ultima finanziaria ha portato nelle casse della fondazione il 20 per cento in meno di quanto era previsto, 188 mila euro anzichè 220 mila. In ritardo perché quel denaro, che doveva servire a coprire le spese ordinarie, dall'energia elettrica agli stipendi del personale dipendente, è arrivato solo da pochi giorni, dopo essere stato sbloccato il 17 novembre. La fondazione, per tutto il 2005, ha dovuto quindi rivolgersi a finanziatori privati e banche, indebitandosi e prendendo una decisione tanto dolorosa quanto provocatoria: mettere "in vendita" una collezione di piante d'epoca appartenenti alla famiglia Basso. «Non si tratta di una vera e propria vendita», precisa Lucia Zannino, segretario generale della fondazione, «ma di un modo per attirare donazioni da parte di privati. Le piante sono esposte nella nostra sede, in via della Dogana Vecchia. Chi vuole può fare una donazione libera e ricevere in regalo una pianta del valore pari alla donazione fatta». Un'iniziativa che la dice lunga sulle difficoltà alle quali si è trovata a fare fronte la fondazione creata da Lelio Basso, uno dei padri della Costituzione e della Sinistra Italiana. Difficoltà che non si risolvono del tutto con lo sblocco dei fondi. «Quei soldi serviranno a pagare solo in parte le spese di gestione. Per finire di pagare i dipendenti e le bollette di luce e gas dovremo attingere a fondi destinati originariamente alla ricerca e alla formazione». Di debiti ne ha dovuto fare anche la Fondazione Gramsci oberata, oltretutto, da un salatissimo canone d'affitto per la sede di via Portuense. La Fondazione Gramsci, come spiega il presidente Silvio Pons, possiede il più vasto archivio politico del Paese. «Danoi vengono studiosi da tutto il mondo per studiare i materiali che noi soltanto possiamo mettere a disposizione. Materiali che hanno bisogno di essere tutelati. Inoltre, per mantenere questo stato d'eccellenza è necessario tenere le biblioteche continuamente aggiornate. Fatto molto grave: nel 2005 abbiamo dovuto, per la prima volta nella nostra storia, rinunciare ad acquistare libri». E dire che il valore sociale degli istituti culturali è riconosciuto dalla legge. Per la precisione dalla 534 del 1996 che istituiva una tabella di 166 istituti che possono beneficiare di fondi pubblici. «Una legge ben scritta ed equanime », per Flavia Nardelli, segretario generale dell'Istituto Luigi Sturzo, «che fissa una serie di paletti per garantire la giusta ripartizione dei fondi e che riconosce il valore "pubblico" di fondazioni private. La forza di istituti come il nostro sta nella capacità di operare con l'agilità dei privati, senza i lacci e i lacciuoli della burocrazia, ma nell'interesse pubblico. I tagli che abbiamo subito negli ultimi anni annullano di fatto questa forza».