La chiusuradella Domus Aurea, annunciata dal ministro dei Beni culturali, è una decisione doverosa e impeccabile. La notizia, che sta già facendo il giro del mondo, è pessima. La accompagna la minaccia di analoghi provvedimenti per le Terme di Caracalla e per un settore del Palatino. Il clamore è giustificato. La Domus Aurea, infatti, è un monumento di straordinaria importanza. Come tutto quello che riguarda l'impareggiabile Nerone, rifugge dai toni sommessi e dalle mezze misure. E' la testimonianza concreta e imponente, anche se ridotta a un rimasuglio, di un sogno di grandezza. Esprime un drammatico rapporto tra l'arte e il potere. Ricorda un irriducibile contrasto tra i progetti di un principe megalomane e le esigenze della sua città. Rappresenta un capitolo importante della storia della cultura, sia per le soluzioni altamente innovative in essa realizzate, sia per gli influssi che i suoi resti hanno esercitato sull'arte e sul gusto dell'età moderna. Dopo la sua (parziale) riapertura al pubblico nel 1999, la Domus è infine assurta a simbolo di una nuova epoca nella politica dei beni culturali a Roma. La vicenda insegna quello che gli addetti ai lavori sanno perfettamente e che gran parte dell'opinione pubblica continua a ignorare: i monumenti dell'antica Roma sono creature fragili e delicate, bisognose di cure continue, amorevoli e molto costose. Il luogo comune degli antichi romani impareggiabili edificatori, capaci di costruire monumenti in grado di sfidare i millenni, ha una sua palese verità. Ma è anche vero che i monumenti romani hanno cominciato a deperire già nell'antichità: l'incuria, i costi della manutenzione e dei restauri, gli abbandoni hanno sempre causato danni non minori delle spoliazioni e delle distruzioni violente. Molte tra le architetture più audaci e famose - compresa la stessa Domus Aurea - erano uno straordinario miscuglio di artigianato e di tecniche edilizie di tipo ?industriale?. Gli architetti e gli ingegneri romani sapevano calcolare benissimo la durata di un muro di cemento e di mattoni, di una volta, di un intonaco. Ed erano consapevoli che la nuova e grande edilizia romana sarebbe stata irrealizzabile senza un netto divorzio dalle tecniche precedenti e senza il massiccio e sistematico ricorso a procedimenti più rapidi ed economici. Negli ultimi anni, i mezzi d'informazione italiani e stranieri si sono occupati spesso del recupero e della valorizzazione dei monumenti dell'antica Roma, con valutazioni quasi sempre fortemente positive. La riapertura al pubblico di aree chiuse da tempo immemorabile, le campagne di scavo nei Fori e nelle zone limitrofe, il riallestimento dei musei e l'apertura di nuovi spazi espositivi sono apparsi a molti come i segni evidenti di un nuovo rinascimento. In parallelo, il successo organizzativo di eventi quali il Giubileo e i funerali di Giovanni Paolo II ha contribuito ad accreditare l'immagine di una città in grado di raccordare l'enorme peso della sua storia con l'efficienza nell'attualità. Qualcosa del genere si era verificato già con le Olimpiadi del '60, quando la capitale retorica lasciata in eredità dal fascismo sembrò cedere il posto alla prima Roma veramente moderna. Ma quell'impressione fu ben presto riassorbita dalla prepotenza vischiosa della Roma burocratica, un po' corrotta e un po' cinica. Nei tempi più recenti, invece, la città ha acquisito uno stile diverso e stabile, assicurato dalla continuità delle amministrazioni, dal buongoverno e da precise scelte di politica culturale. Sarebbe dissennato affermare che la chiusura della Domus Aurea possa offuscare questa immagine. Ma altrettanto dissennato sarebbe circoscrivere l'evento all'ambito dei casi eccezionali. In un paese come il nostro, la ricchezza del patrimonio artistico, le condizioni ambientali, gli incerti confini fra l'interesse pubblico e quello privato, fanno sì che la politica dei beni culturali sia un'emergenza continua. Le grida d'allarme sono il suo respiro naturale, il suo ritmo biologico. Ma nella gestione di un patrimonio come il nostro, limitarsi a fronteggiare le emergenze e a tamponare i danni sarebbe una forma di autolesionismo. Nelle dichiarazioni del ministro e del sovrintendente è indicata chiaramente la via da seguire: questo evento nefasto può diventare l'occasione per intraprendere un grande progetto di risanamento e di scavo del Colle Oppio, che rappresenterebbe, da solo, il vanto di un'intera generazione di politici, di amministratori e di studiosi. Argomenti simili
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La chiusura della Domus Aurea è stata annunciata dal ministro dei Beni culturali. La notizia è stata accolta con clamore e giustificata, poiché la Domus Aurea è un monumento di straordinaria importanza. È una testimonianza del rapporto tra arte e potere e rappresenta un capitolo importante della storia della cultura. La sua chiusura è un segno che i monumenti dell'antica Roma sono creature fragili e delicate, bisognose di cure continue. La Domus Aurea è uno dei molti monumenti romani che hanno cominciato a deperire già nell'antichità a causa di incuria, costi della manutenzione e restauri, abbandoni e spoliazioni.
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