Come può conciliare le letture dantesche di Vittorio Sermonti e le conferenze di Cesare Cremonini ex Lunapop?». Con questa domanda inizia la conversazione con Andrea Kerbaker, presidente di Progetto Italia, sul tema delle sponsorizzazioni. Tema che, a volte, rischia di trasformare la cultura in una fiera non molto diversa da quelle commerciali. Ciò in forza di logiche d'impresa e pubblicitarie che hanno scavato un baratro fra gli eventi sponsorizzati di oggi e quelli di vent'anni fa. Quando Olivetti finanziò il restauro dei Cavalli di San Marco a Venezia e l'importanza dell'avvenimento consisteva anche nell'inviare al pubblico forti messaggi di identificazione culturale. Ora invece siamo, con rare eccezioni, all'evento che ha vita brevissima. «No: non ho nessun imbarazzo», risponde subito Andrea Kerbaker, «a coniugare l'alto e il basso. Soprattutto quando, come nel caso delle iniziative di Progetto Italia, l'intenzione è fare della buona divulgazione culturale e scientifica. Cioè agli antipodi di quella cultura che la maggioranza delle persone vede come un tempio, come una manifestazione paludata, accademica. Polverosa». Domanda, Certo, tuttavia si fatica assai a trovare una collocazione al Writer's League, primo torneo internazionale di calcio per scrittori, tenutosi alcuni mesi fa a San Casciano dei Bagni, Siena. Anche perché, stando nell'ambito delle celebrità che amano esibire i loro furori atletici, già basta e avanza la nazionale dei cantanti. Risposta. In questo caso specifico credevamo, e credo ancora, che fosse una buona idea quella di mettere assieme per gioco gli scrittori. Cioè farli giocare a calcio, ma soprattutto farli ritrovare, per discutere e confrontarsi fuori dal campo. Come facevano una volta gli intellettuali, ma da decenni non fanno più. Ora infatti letterati e artisti conducono ognuno vita per sé. Ecco: noi abbiamo voluto porre un problema e sottolineare l'urgenza che gli intellettuali tornino a fare vita insieme. D. Ma crede davvero che un'iniziativa come questa, o come Storytellers che ha visto salire in cattedra a Bologna sul tema della canzone autoriale il citato Cesare Cremonini, possano innalzare e irrobustire la cultura media del nostro paese? R. Noi di Telecom riteniamo che la diffusione non noiosa dei valori sia la strada da seguire se si vuole promuovere davvero la cultura. E crediamo anche a modalità di comunicazione che come le nuove tecnologie siano veloci, amichevoli e facili da utilizzare. Siano cioè sintonizzate con i tempi. Neppure dimentichiamo che oggi la gente vive facendo zapping. Ma vorrei anche aggiungere che siamo molto attenti ai contenuti. Fanno testo al proposito il Festival della Scienza di Genova o i Telecom Colloquia con i Premi Nobel che abbiamo appena tenuto a Venezia. D. È una buona notizia che Telecom senta di avere responsabilità sociali, ma anche culturali e scientifiche. Mi pare però che la cultura dell'evento e della fruizione veloce sia prevalente. R. La velocità, dunque la fruibilità, è ormai strategica. Nel nostro caso però ci muoviamo con la convinzione che non possiamo svilupparci come impresa di telecomunicazioni in un paese in cui c'è il vuoto pneumatico. I nostri investimenti riguardano in minima parte eventi effimeri e divertenti. Fanno testo le iniziative che ci vedono spesso al fianco del Fai, in azioni di salvaguardia del nostro straordinario patrimonio storico. Ma sosteniamo anche lo sport, utilizzato a fini terapeutici per disabili e persone con disagio psichico, con il catamarano lo Spirito di Stella e Matti per la vela. Abbiamo poi contribuito alla ricostruzione del Museo di Baghdad, così come aiutiamo la Casa della Carità di Milano per l'ospitalità ai senzatetto. Ma vorrei anche ricordare che sosteniamo la formazione superiore e specialistica collaborando con la Domus Academy e con Interaction Design per la preparazione dei futuri progettisti di nuovi media e strumenti tecnologici. D. Ma come selezionate i progetti e a chi è affidato il giudizio? R. Chiunque ci fa proposte lo ascoltiamo, ma quelle che vengono accolte subiscono un forte lavoro di ripensamento. Dei progetti accolti resta alla fine non più del 30. Quanto all'azione selezionatrice, Progetto Italia ha un consiglio di Amministrazione, presieduto da Marco Tronchetti Provera e composto da top manager del gruppo, e un advisory board i cui componenti sono Susanna Agnelli, Franco Debenedetti, Tara Gandhi Bhattacharjee, Paolo Mieli, Sergio Romano, Peter Sutherland e Umberto Veronesi. D. Ma veniamo alle risorse: il vostro budget annuale è di 30 milioni di euro. Che non è una cifra iperbolica, ma è pur sempre una possibilità di investimenti culturali che in Italia pochi altri, forse nessuno, ha. Lei pensa che state utilizzando al meglio questa risorsa? R. Sì, visto che tutte le nostre iniziative sono ispirate a criteri di unicità e originalità, avendo anche come obiettivo di rivolgersi a utilizzatori attivi. Siamo poi convinti che il budget sia importante ma non sia tutto. Pensi per esempio al concerto al Colosseo di Paul Mc Cartney: non è stato semplice convincerlo a esibirsi a Roma. E per farlo serviva avere anche un luogo assolutamente all'altezza e relazioni privilegiate con gli amministratori locali, in testa il sindaco. D. Quanto è costato? R. Due milioni di euro D. Gli investimenti funzionano a patto di avere idee forti, originali e innovative. Che però in Italia sono molto teorizzate ma poco praticate. R. Sì, sono d'accordo. Ma pure convinto che il modello d'intervento di Progetto Italia sia fortemente caratterizzante e sintonizzato con quella parte di paese che vuole essere stimolata, sollecitata, incuriosita. E che è agli antipodi di quello che guarda L'isola dei famosi.
Più cultura, meno polvere. Il segreto di Progetto Italia
Andrea Kerbaker, presidente di Progetto Italia, discute con un giornalista sul tema delle sponsorizzazioni nella cultura. Kerbaker sostiene che le sponsorizzazioni possono essere un mezzo per promuovere la cultura, ma solo se si fanno in modo da non trasformare la cultura in una fiera commerciale. Egli cita l'esempio del restauro dei Cavalli di San Marco a Venezia finanziato da Olivetti, che all'epoca era un evento importante per l'identificazione culturale. Oggi, invece, siamo in un'epoca in cui gli eventi sponsorizzati hanno vita breve e sono spesso visti come una forma di pubblicità. Kerbaker propone di conciliare l'alto e il basso, facendo della buona divulgazione culturale e scientifica un obiettivo principale.
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