Berlusconi-Mecenate? Con una trattativa riservata il premier starebbe trattando l'acquisto della collezione Torlonia, una delle raccolte d'arte più preziosa del mondo (da anni accatastata in magazzini) per donarla allo Stato. Il dono coglie tutti di sorpresa, anche il ministro dei Beni Culturali che ufficiosamente dice di non saperne niente e che boccia l'ipotesi come «assai poco credibile». Un accordo a molti zeri di cui non si conosce nessun dettaglio. Da Italia Nostra, l'associazione che da anni si batte per salvare la collezione e che ha inutilmente osteggiato anni fa la trasformazione del museo in via della Lungara in un condominio, fanno sapere che la notizia fa piacere, basta che non ci siano patti di altro genere con gli eredi Torlonia, Giulio e Alessandro Junior. «Ben venga questo acquisto, dice Mirella Belvisi, membro del consiglio direttivo della sezione di Roma di Italia Nostra, ci auguriamo solo che dietro non ci siano strane manovre per compromettere villa Albani e il suo parco». Insomma niente costruzione di un edificio per ospitare il museo e di un parcheggio per i visitatori entro le mura del parco. Una querelle che dura da anni e che ha seguito la guerra di Italia Nostra per impedire che le 620 opere d'arte venissero portate via dalle 77 sale in via Corsini numero 5. Tra gli Anni 60 e 70 l'ultimo rampollo della famiglia, Alessandro, ha trasformato quel luogo in 93 miniappartamenti, accatastando le opere, parte in un luogo segreto e parte a villa Albani. Finché nel '77 il pretore Albamonte sequestra il palazzo, gli affitti e la collezione. Nel '78 interviene la prescrizione per il reato edilizio e l'amnistia per il reato contro il patrimonio artistico. Nel 1982 l'allora ministro dei Beni Culturali Vincenzo Scotti nomina una commissione che stima il valore della collezione. Ma Italia Nostra, con Antonio Cederna, continua a sostenere che lo Stato deve entrare in possesso delle opere senza sborsare una lira ai Torlonia. Una polemica infinita che vide protagonista anche lo storico dell'arte Federico Zeri schierato dalla parte della famiglia patrizia. Il professore difese la scelta di aver spostato le opere da via della Lungara e insistette perché venissero esposte in un nuovo museo a villa Albani. «II verde è sacrosanto ma esiste anche la cultura», disse in un'intervista. Adesso in questa storia infinita starebbe per intervenire Silvio Beriu- sconi che sarebbe disposto, secondo le indiscrezioni, a pagare oltre 125 milioni di euro per la collezione di scultura antica (620 opere romane realizzate in materiali pregiati, dal marmo bianco al porfido all'alabastro) messa insieme da Alessandro Torlonia, principe del Fucino. Il nobile oltre ad acquistare ciò che restava di alcune antiche collezioni romane (come quella degli Orsini, dei Giustiniani, dei Vitali) aveva fatto eseguire degli scavi, tra cui quelli del Circo di Massenzio sulla via Appia, dove venne rinvenuta la serie dei ritratti tardo impero degli imperatori e dei loro familiari. Della raccolta esiste un solo catalogo realizzato nel 1884 a firma di Carlo Ludovico Visconti. In tempi recenti i ministri dei Beni Culturali, Walter Veltroni e Giovanna Melandri hanno cercato di acquisire questo tesoro al patrimonio pubblico, ma non si è riusciti a trovare un accordo con la famiglia Torlonia. Sulla Collezione pende un vincolo assoluto per impedire che possa finire smembrata in altre collezioni private o che venga esportata nel suo insieme. «Allo Stato spetta il diritto di prelazione» - spiega Vittorio Sgarbi. «Si trattava di un atto dovuto, un'opportunità da non perdere che io stesso avevo suggerito al premier, per mettere fine a una situazione scandalosa». «L'idea - spiega ancora Sgarbi - era quella di un pagamento scaglionato, 50 miliardi di vecchie lire l'anno, per acquisire le sculture e poi esporle in una sede di grande prestigio, magari alle Scuderie del Quirinale. L'intervento dello Stato resta l'ipotesi migliore», anche se una discesa di campo di Silvio Beriusconi in prima persona «è indubbiamente un bellissimo gesto».