Grandi novità nel mondo delle antichità e belle arti: mentre il ministro Urbani mette a punto un progetto di legge che, a condizioni quasi impossibili, permetterà ai privati di detenere oggetti archeologici, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si accinge ad attingere fior di milioni di euro dalle proprie fornitissime tasche per far cadere il velo sulla collezione di scultura e pittura antica, appartenente ai principi Torlonia: certamente la raccolta più importante ancora in mano a privati, per di più negata alle visite e alla fruizione scientifica da circa trent'anni. Collocata da sempre nel palazzo Torlonia di via della Lungara a Roma, questa collezione è sempre stata un mito per professori e studenti di archeologia: l'unico catalogo risale al 1800, le poche visite consentite prima del blocco trentennale venivano concesse dopo suppliche, trattative e raccomandazioni. Il ritratto di Eutidemo di Battriana, l'Hestia Giustiniani, l'Afrodite Anadiomène, il Diadumeno di Policleto, il bassorilievo del Porto di Ostia, l'Irene di Cefisodoto e altri capolavori in copie di epoca romana da originali greci, rimanevano nella memoria dei cultori di arte antica come rapide immagini colte nelle 77 sale del Museo della Lungara. Immagini quasi mai fotografabili e dunque non pubblicabili, quindi negate alla fruizione di tutti. La situazione era peggiorata da quando i principi Torlonia avevano accatastato le sculture in ristretti ambienti per poter trasformare lo storico palazzo in ben 93 miniappartamenti. Un'operazione immobiliare finita nel mirino degli inquirenti, ma sanata, al solito, grazie ad amnistie e condoni. Già i ministri Veltroni e Melandri, preoccupati per la sorte delle splendide sculture, avevano cercato invano di acquisire la collezione. Ora è sceso in campo Silvio Berlusconi che, con piglio milanese, ha mostrato il suo gonfio portafoglio ai principi Alessandro e Giulio Torlonia e ha chiesto «Quanto?». Pare che la risposta sia stata «125 milioni di euro», cioè 250 miliardi di vecchie lire. A Roma assicurano che l'affare si farà e che Berlusconi consegnerà le sculture allo Stato, in grazioso dono. Se avesse fatto pagare il ministro Tremonti si sarebbe certamente attirato le critiche di chi avrebbe preferito spendere altrimenti quei denari; pagando di tasca propria eviterà le rampogne, ma si comporterà più da presidente del Milan che da "premier". Policleto come Inzaghi e il discobolo di Mirone a rilanciare sulle ali. E stavolta i soldi potrebbero ritornare, come detrazioni dalle tasse. La domanda che ci si pone adesso è questa: a parte la fruizione scientifica della raccolta Torlonia, lo Stato italiano ha davvero bisogno di farsi carico di altre opere antiche oltre alle migliaia e migliaia che conserva malamente nei musei e magazzini italiani? Sono scomparse le frontiere, l'Europa è una realtà, la circolazione della cultura è un bene primario: eppure ogni ministro di turno ai Beni Culturali italiani si presenta come un essere ossessionato che mette le braccia a cerchio sulla scrivania e grida: «È tutto mio, mio!». La colpa non è sua, evidentemente, ma della famosa legge fascista del 1939, che ancora fa sentire i propri effetti, alla faccia dell'Europa. Adesso si farà la "devolution" per evitare il sovrapporsi delle competenze tra Stato e Regioni. Rimarrà un'eccezione, proprio per i Beni Culturali, che dipenderanno sia dallo Stato sia dalle Regioni. C'è una tale, perversa costanza negli eventi riguardanti le Belle Arti italiane, da far pensare che il noto faraone egiziano solo fosse un povero dilettante della iella.