JEAN Gottman, lo straordinario geografo urbano di Oxford, ha spiegato molto bene le ragioni che rendono «invincibile» la grande città. La sua capacità di rinnovarsi continuamente e la sua straordinaria energia propositiva lasciano tracce indelebili nel tempo e ne raccontano la storia attraverso lo stesso impianto urbano, la stratificazione dell'architettura dei luoghi, le testimonianze di un'intensa attività culturale. Una grande città, in definitiva, è tale se si identifica nel «polo» museale della sua storia civile. La recente attenzione che si manifesta a Napoli per una più intensa valorizzazione dello straordinario patrimonio storico presente in tanti luoghi della città, la cura che le diverse sovrintendenze dedicano al riordino e all'apertura al pubblico di nuove raccolte tematiche, il sempre più efficace incrocio tra eventi culturali di grande richiamo e la riproposizione di Napoli come grande laboratorio di intelligenza artistica, sono espressioni tutte di un disegno efficace incentrato sull'enfatizzazione esplicita di una delle caratteristiche più nobili di questa città: sapersi proporre capitale di cultura, città d'arte, ancor prima che mero capoluogo amministrativo. Ma, se appena l'altro ieri si inaugurava un nuovo piano del Madre, se nei siti di San Martino, Capodimonte, Sant'Elmo e Floridiana vengono proposte di continuo occasioni d'incontro culturale con la promozione di eventi di eco internazionale, come risponde la città nei suoi strati più larghi, in quale misura non solo la gente del centro ma l'ampia periferia si sente destinataria primaria di tanta iniziativa culturale? Al di là delle statistiche ufficiali, la sensazione che si percepisce è che il messaggio implicito nel fervore di iniziative promosse dalla Napoli colta raggiunga troppo poco la periferia e, in generale, vaste fasce della popolazione. Una periferia che, anche per questo, si sente esclusa, emarginata, indesiderata e che finisce per lasciarsi attrarre dalle lusinghe dell'isola dei famosi di turno piuttosto che dall'eros delicato di Domenico Morelli in mostra a Sant'Elmo. Certi consulenti nel campo del marketing suggerirebbero articolati interventi per adeguare l'offerta museale alle attese di un più vasto potenziale di fruitori locali. Ineccepibile intuizione che potrebbe, magari, tradursi in un «museum day» nostrano, reso ancora più attraente per il grande pubblico da un «brunch» domenicale a San Martino (e perché no, alla Floridiana o a Capodimonte) dove, finalmente, l'intuizione della legge Ronchey di consentire attività commerciali a margine degli spazi espositivi sembra avverarsi in quel progetto appena realizzato nel museo più panoramico della città. L'idea è solo quella di un richiamo, di un coinvolgimento di una fascia molto più vasta di pubblico (dalle famiglie agli abitanti delle periferie) attraverso uno strumento di comunicazione più facile. Non si tratta di accrescere visitatori, che già da anni aumentano di continuo, bensì di realizzare, grazie alla riscoperta del fascino del museo, una più intelligente e coinvolgente interazione tra città e periferie.