Lo hanno soprannominato il «museo invisibile». Descritto sulle guide più vecchie del Touring Club come «la più importante collezione privata d'arte antica al mondo», col suo tesoro di seicentoventi sculture greche e romane, statue, busti, ritratti, sarcofagi, rilievi, elementi decorativi, disposti nelle settantasette sale del palazzo nel cuore mitico di Roma, alla Lungara, via Corsini 5. Poi disintegrato, con inverosimili leggerezza e ividità, quando il palazzo a cavallo tra gli anni sessanta e Settanta fu ristrutturato in novantatré miniappartamenti: a scapolare il vincolo apposto al complesso fin dal 1948, bastò - anni d'oro, ancora, a Roma, per la speculazione edilizia - una licenza per la riparazione di un tetto. E la Collezione Torlonia - è di essa che stiamo parlando - sovrana, nella sua fastosa bellezza, fino a un momento prima di quelle stanze, finì come una Cenerentola, accatastata alla bell'e meglio in locali di risulta dell'edificio. Tra quanti ricordavano di averla vista c'era Antonio Cederna: raccontava di essersi portato via per ricordo una foglia di fico di latta verniciata di biacca, che nell'Ottocento era stata pudicamente apposta sopra il sesso di una statua romana. Dopo l'operazione immobiliare compiuta dall'ultimo rampollo della famiglia principesca, Alessandro junior, con l'ausilio di quattro società di Zurigo, la Collezione Torlonia - un pezzo di patrimonio artistico dell'umanità - è diventata, invece, appunto invisibile; qualcuno ricorderà i tre pezzi, gli unici, che nel '92 in circostanza eccezionale furono concessi in prestito al Palazzo ielle Esposizioni, la «Hestia Giustiniani», una statua greca in peplo alta un metro e novantanove e quasi intatta, considerata in modello incontrastato di classidsmo, il busto della delicata anciulla Torlonia da Vulci e la testa realistica del cosiddetto «Dinasta di Battriana». E ora della Collezione Torlonia perché si riparla? Perché un'agenzia di stampa attribuisce a Silvio Berlusconi il desiderio di acquistarla coi propri soldi dai proprietari e di farne grazioso dono a noi cittadini. A Palazzo Chigi dicono di non saperne nulla. E d'altronde il beau geste non verrebbe compiuto da Berlusconi in quanto presidente del Consiglio, ma in quanto privato miliardario. Nelle stanze della direzione generale dei Beni Archeologici del ministero dei Beni e delle Attività culturali, cui il «caso Torlonia» è stato affidato di recente, complice la Pasqua i telefoni squillano a vuoto. Vera o falsa che sia, l'indiscrezione è comunque costruita nello spirito dei tempi: il Cavaliere presiede un Governo che usa il nostro patrimonio artistico come una cassaforte da svaligiare, poi si riaccredita come mecenate, risolvendo in prima persona, con un assegno, una vicenda che contrappone lo Stato e i principi romani da quarant'anni. Pazienza se anche qui compare, per vie più tortuose del solito, il conflitto d'interessi: perché, se la Collezione Torlonia fosse messa in vendita, in quanto «collezione» in base al Testo Unico che disciplina il patrimonio storico-artistico, ad avere il diritto di prelazione sarebbe non il miliardario ma lo Stato, insomma Silvio Berlusconi in quanto Governo. Vediamola, questa storia, che per molti versi è un romanìssimo e italianissimo, perfetto apologo. La famiglia Torlonia è di nobiltà recente: banchieri diventati aristocratici a inizio Ottocento, niente per la Città Eterna. Ed è al complesso da parvenus - dicono gli storici - che si deve la foga con cui a metà Ottocento Alessandro Torlonia, forte dei soldi, si diede a comporre la più grande collezione privata di arte antica: comprava con spregiudicatezza collezioni private e accumulava i reperti che scopriva nei terreni di famiglia, sull'Appia Antica, al porto di Traiano a Cerveteri come ad Anzio. Tra i pezzi l'«Afrodite Anadiomène», l'«Atleta» di Mirone, l'«Eirene» di Cefisodoto, padre di Prassìtele, il «Diadumeno» di Policleto, e un centinaio di ritratti romani considerati più importanti di quelli del museo capitolino e del Vaticano: tutti catalogati nel 1884 da Carlo Ludoviso Visconti. Un po' più di un secolo dopo, il discendente omonimo decise che di quella roba vecchia non sapeva che farsene: meglio trasformare il museo in residence, vista la zona redditizia, alle soglie di Trastevere e sotto l'Orto Botanico. Complice la licenza per la riparazione di un tetto, il palazzo fu sventrato, e il suo fastoso ed enigmatico tesoro finì accatastato nei rispostigli. Cederna lo definì «uno scandaloso attentato contro il nostro patrimonio storico-artistico» consumato a un passo dall'Accademia dei Lincei e a poche decine di metri da una caserma dei carabinieri. Nel gennaio del '77 si svegliò un pretore, Albamonte, e sequestrò il palazzo, gli affìtti e, su denuncia della Sovraintendenza archeologica, la collezione. Ma nel '78 arrivò la prescrizione per il reato edilizio e un'amnistia per il reato contro il patrimonio storico-artistico. Ma il Torlonia non si accontentò: voleva l'onore perduto, cioè l'assoluzione piena. Nel '79 la Cassazione respinse la richiesta, con una sentenza che ben descriveva la sua incuria talebana verso opere stipate in maniera incredibile e addossate l'una all'altra, destinate a sicura morte dal punto di vista culturale», in «locali angusti, insufficienti, pericolosi». A scriverne, tra gli storici dell'arte, fu solo Giulio Carlo Argan. Il Ministero mandò in ispezione anni dopo, nell'82, una commissione di archeologi, che testimoniarono la pazzesca situazione, ma aggiunsero - e siamo nel paradosso - una stima della cifra da pagare, se lo Stato voleva salvare la collezione: alcune decine di miliardi di lire dell'epoca, da versare all'autore della distruzione. Italia Nostra scese in campo, con una campagna basata sul principio che quella collezione doveva andare allo Stato, invece, gratis: perché il principe, in realtà, in base alle leggi, avrebbe dovuto pagare penali enormi per il danno che aveva procurato. Così si arrivò alla proposta di legge di cui fu primo firmatario Cederna, eletto per la Sinistra Indipendente, nel '90. Proposta che, però, non ce la fece a diventare legge. E così comincia la snervante trattativa tra Stato e Torlonia, per ottenere, come che sia, che quel tesoro diventi pubblico e torni tutelato e visibile. «Fino ad adesso è stata una sconfitta, non si è riusciti» riassume Mario Serio, responsabile della direzione Beni Storico-Artistici che, fino al recente passaggio di consegne ai Beni Archeologici, ha seguito le fila della vicenda. «Ormai anch'io, come tutti i romani, aspetto di vedere se mai si concluderà». Cosa osta alla conclusione? Diciamo l'aristocratica avidità. Sia Veltroni che Melandri, da ministri, cercano di ottenere che la collezione sia messa in vendita e che lo Stato, esercitando il diritto di prelazione, possa acquistarla a un prezzo ragionevole. Oppure, è l'altra ipotesi, chiedono che venga prestata per esibizioni temporanee che, comunque, la restituiscano al pubblico godimento. Ma ogni volta ci sono se e ma. Per esempio? Se, negli anni Ottanta, si era parlato di palazzo Altemps - edificio pubblico - come d'una sede espositiva potenziale, la famiglia da qualche anno propone tutt'altro: che si esponga la Collezione in un terreno di sua proprietà a fianco della sua residenza, Villa Albani. In cambio, il Comune dovrebbe accordare, per lo stesso terreno - nel cuore di Roma, zona Regina Margherita - la licenza per costruire un megaparcheggio sotterraneo. Sotto le macchine, che rendono begli euro all'ora. Sopra le statue vecchie di duemila anni dei più grandi artisti dell'antichità mediterranea, che valgono per i loro possessori, sembra, solo come strumento di scambio economico con la collettività. Una logica che il Cavaliere, stando alle indiscrezioni di agenzia, non disdegnerebbe: mano al libretto d'assegni, e il problema della Collezione Torlonia è risolto.