Museo archeologico: ogni decisione è sospesa fino al prossimo 15 gennaio. Il Presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella, conferma che fino a quella data si accetteranno consigli e critiche al progetto preliminare del museo di S. Scolastica e S. Pietro, a Bari Vecchia. E che solo dopo il 15 gennaio la giunta deciderà se bandire un concorso d'architettura o se affidare la progettazione definitiva allo stesso soprintendente ai Beni architettonici di Bari e Foggia, l'architetto Marcello Benedettelli, che ha firmato quella preliminare. Un progetto che dimostra tutta la necessità di correre ai ripari: riportare lo stesso alla iniziale condizione di studio di fattibilità (per cui era stato finanziato dalla Regione) e quindi bandire un concorso, raccogliendo finalmente quell'appello lanciato proprio a Bari due anni fa dal Consiglio nazionale degli architetti, ma anche le indicazioni degli archeologi, finora tenuti estranei (come ha ricordato il soprintendente pugliese Giuseppe Andreassi). Le critiche espresse in questa rubrica il 23 novembre scorso non sono state gradite da progettisti e committenti del nuovo museo archeologico e sono state giudicate «strumentali». A che cosa e a chi non è dato di sapere. In questi tempi televisivi e pubblicitari in cui si occulta la sostanziale differenza tra informazione e comunicazione, in questi tempi di «embedded», è utile ricordare che il lavoro dei giornalisti, in Italia, è regolato da una legge, la n 69 del 1963: «È diritto insopprimibile dei giornalisti ? si legge all'inizio dell'articolo 2 -la libertà d'informazione e di critica». La critica militante è nata e si è sviluppata non nell'accademia, ma sulle pagine dei giornali e delle riviste. E anche l'architettura -se non si vuole condannarla alla propaganda patinata dello star-system -così come l'arte, la musica, il teatro, il cinema e la letteratura è da sottoporre alla critica militante, come fece per tanti anni Bruno Zevi con le sue «cronache» settimanali sull'«Espresso». Si può giudicare un prodotto di architettura prima che sia stato realizzato? Certo, anzi si deve. Perché dopo, a cose fatte, potrebbe essere troppo tardi. Quanti hanno visto e discusso i progetti di Punta Perotti prima che si aprisse il cantiere? O ancora il disastroso progetto di interrare il lungomare per realizzare lo svincolo dell'Asse Nord Sud: ci sarebbero oggi dubbi e opposizioni se non si fosse allora criticato il progetto preliminare dell'architetto Domenico Massimeo? E dovremmo forse aspettare che l'impresa Pizzarotti costruisca la sua Cittadella della Giustizia per criticare l'errore urbanistico, il danno ambientale e la imbarazzante somiglianza con le architetture dello stalinismo? Pur tenendo conto del fatto che il progetto preliminare non ha il grado di approfondimento di uno definitivo, si può ben giudicarlo giacché sono già esplicite le intenzioni fondamentali: i volumi, le relazioni urbane, il «concept», cioè l'idea essenziale, e naturalmente il metodo. Torna alla mente, a questo proposito, ciò che scrive Vittorio Gregotti in «L'architettura del realismo critico» (Laterza ed., pp. 156, euro 16): «'affrontare lo stato delle cose' (per citare Wim Wenders) è operazione indispensabile ma richiede, da parte dell'architetto, una capacità di sospensione del giudizio sempre più ardua sia nel vincere i propri pregiudizi sia nel penetrare a fondo nelle ragioni che presiedono a quello stato e la dinamica altamente differenziata del cambiamento». Quali relazioni con il contesto vengono stabilite nel progetto del museo archeologico, che volge le spalle al mare e apre un secondo ingresso nella medesima piazza S. Pietro su cui si affaccia l'ex monastero di S. Scolastica? La nota storica che accompagna il progetto è alquanto arida e ignora del tutto la qualità degli interventi di architettura novecentesca. Il restauro di S. Scolastica, condotto trent'anni fa dagli architetti Ambrosi e Radicchio (mai citati), è ridotto ad un problema di gradini e scivoli per gli handicappati, mentre semplicemente «orribili» sarebbero le case popolari che si affacciano sull'area degli scavi, come ha detto Benedettelli nell'incontro pubblico del 17 novembre, presentando il suo lavoro. Non è il caso di discutere qui i criteri di bellezza con cui misurare le case popolari né l'importanza storica e sociale di quell'intervento nella città vecchia. Ma almeno si ricordi -senza pregiudizio -che quelle case popolari furono progettate dall'architetto Marino Lopopolo, alla cui densa attività bisognerà forse dedicare maggiore attenzione, per rileggere anche il ruolo che il suo asciutto Funzionalismo ha giocato sulla scena barese e nell'edilizia sociale degli anni Trenta e poi del dopoguerra. Volgendo le spalle al mare, i progettisti ignorano anche la Casa del Portuale, oggi sede della Autorità Portuale, che invece potrebbe suggerire molto a chi dovrà disegnare il museo archeologico, quanto a relazione con il contesto. L'edificio fu progettato nel 1939 dall'architetto Pietro Maria Favia, che accostò la nuova costruzione alla radice del vecchio molo borbonico del Porto, tagliato per la costruzione del lungomare, dopo l'interramento della linea di costa iniziata nel 1931. Favia, da architetto colto e moderno, si mette subito in relazione con lo «stato delle cose» e così quel concavo muro di pietra bianca, che avrebbe potuto essere anche demolito, viene invece valorizzato proprio in quanto addizione al bastione di S. Scolastica. I nuovi locali della Casa del Portuale vengono costruiti su una pianta curva, un settore di corona circolare, distaccato però dal molo, in maniera da lasciare un passaggio pedonale pubblico che attraverso le rampe di scala contenute in due parapetti stondati di pietra conduca fino al belvedere di S. Scolastica. Sul passaggio si affaccia il giardino della Casa del portuale, un «hortus conlusus» stetto e lungo che è la proiezione all'esterno del grande salone del dopolavoro. La Casa del Portuale era la sede dei camalli baresi, la «Compagnia Nazario Sauro» che autogestiva il lavoro di carico e scarico dalle navi e anche i servizi per gli operai: al piano rialzato dell'edificio un corridoio conduceva a sinistra alla sala delle docce e quindi al giardino, in fondo al salone sociale e a destra ai locali destinati a spogliatoi e ripostigli, al pronto soccorso e alla sala di chiamata all'ingaggio. All'unico piano superiore erano sistemati gli uffici e una terrazza arcuata, affacciata sul molo con una teoria di dieci finestre sormontate da una lunetta da sesto pieno. Nella composizione razionalista di questa architettura si ritrovano elementi tipici della declinazione italiana: le tre finestre orbicolari che segnano il breve torrino del vano-scala sull'ingresso, la geometrica semplificazione di archetti, pilastri e lesene, e soprattutto i materiali: pietra bianca di Bisceglie per il basamento e il cornicione terminale, conci di tufo Mazzaro a bugne per il rivestimento delle pareti. Due materiali per raggiungere due obiettivi insieme: rispettare il carattere murario dall'architettura italiana anche nel Razionalismo, ma soprattutto stabilire una relazione di colore e di matericità ' ma non di mimetismo ' con S. Scolastica e con l'intera Muraglia.