Un ritorno, dopo tre anni, che ieri è stato salutato dalle campane in festa di tutte le chiese della città veneta Giorgione nella sua Castelfranco È tornata la Pala del Giorgione (nella foto) nel Duomo di Castelfranco Veneto, dopo i tre anni necessari per il complesso intervento di restauro e la messa a punto della sofisticata teca climatizzata, che, nella Cappella Costanzo, garantirà la conservazione della tavola. Un ritorno che ieri a mezzogiorno è stato salutato dalle campane in festa di tutte le chiese della città. La Pala, dipinta da Zorzi da Castelfranco, detto il Giorgione, tra il 1503 e il 1504 e raffigurante «La Madonna in trono con il Bambino e i santi Francesco e Nicasio», è stata spostata nel febbraio del 2002 per essere sottoposta a un restauro considerato improrogabile, in quanto, per gli sbalzi climatici e la scarsa umidità dell'ambiente, il sollevamento della pellicola pittorica si era esteso in modo preoccupante. Il difficile intervento di recupero è stato condotto a Venezia, nei laboratori della Galleria dell'Accademia, dagli esperti del Polo Museale Veneziano, della Soprintendenza per il Patrimonio Storico e artistico e dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Del resto, l'opera di Giorgione ha presentato molti problemi fin dalla sua realizzazione. Alta 2,1 metri di altezza, con una base di 1,44, la tavola è costituita da quattro assi di pioppo con fibre longitudinali, ricavate dalla parte più esterna del tronco e quindi con la tendenza a imbarcarsi. A questo si aggiunga che il pittore la dipinse sul lato sbagliato e si comprende la necessità dei numerosi restauri, di cui il primo agli inizi del '600, mentre nel '900 si è cercato di ostacolare, ma senza successo, la curvatura delle assi (prima con una serie di traversi in mogano risultati però troppo rigidi, poi con la cera fusa, che invece impediva all'umidità di traspirare). Il restauro veneziano è durato circa un anno e al termine la Pala di Castelfranco è stata oggetto di una mostra, che ha richiamato migliaia di visitatori, anche perchè le erano stati accostati gli altri capolavori di Giorgione custoditi alle Gallerie dell'Accademia. Purtroppo l'artista, di cui si sa ancora molto poco, ebbe una vita breve e il corpus delle sue opere non supera i 25 titoli. La Pala è uno dei capolavori più celebri, conosciuto in tutto il mondo per la smagliante bellezza e per la sua portata rivoluzionaria, che si materializza in una straordinaria invenzione poetica e compositiva. Commissionata da Tuzio Costanzo, uomo d'armi, per la cappella di famiglia, in occasione della morte del figlio Matteo, il dipinto raffigura, sullo sfondo di un paesaggio, la Madonna in trono con il Bambino, san Francesco e san Nicasio (in passato identificato in san Giorgio o in san Liberale, patrono di Castelfranco e Treviso), che impugna l'insegna dei cavalieri di Malta, detti anche Gerosolomitani o Giovanniti. San Nicasio era infatti appartenuto a questo ordine cavalleresco e, dopo la morte per martirio nel 1187, fu venerato, spesso insieme a san Francesco, soprattutto a Messina, città di origine di Tuzio, anch'egli cavaliere giovannita come altri membri della sua famiglia. Nella tavola di Castelfranco, Giorgione introduce elementi fortemente innovatori nella pittura veneta rinascimentale. Se in famosi dipinti, come «La tempesta», «La vecchia», «I tre filosofi» e lo stesso Fregio di casa Marta-Pellizzari, l'allegorismo si spinge sino ai limiti dell'ermetismo più imperscrutabile, nello splendore cromatico della Pala, Giorgione si fa altissimo interprete della pittura tonale veneziana del secondo Quattrocento e affida la costruzione dell'immagine a una tecnica sapiente fatta di velature sovrapposte di strati colorati, cioè quella «pittura sanza disegno» (di cui parlava Giorgio Vasari), dove il chiaroscuro morbido e avvolgente annulla i passaggi bruschi tra luce e ombra. L'autentica novità della Pala consiste però nell'avere scardinato l'impianto tradizionale delle pale immediatamente precedenti (Piero della Francesca e Antonello da Messina) o coeve (Giovanni Bellini e Lorenzo Lotto), abolendo ogni riferimento a un interno aulico o ecclesiastico ed erigendo, in un'architettura pittorica a verticalità piramidale, un trono altissimo, quasi innaturale, immerso nella luce soffusa di un paesaggio, ampio e profondo, di campagne e colline. Le due minuscole figure di armati e il villaggio turrito in rovina parlano di guerra, generatrice di dolore e di morte. Mentre un respiro atmosferico, pervaso da un assoluto silenzio, impregna l'intera figurazione. Lo splendore della Pala ora sarà tutelato dalla teca tecnologica allestita nella Cappella Costanzo, che assicurerà al capolavoro di Giorgione i parametri termici, igrometrici e di illuminazione ideali. L'intera opera di messa in sicurezza della pala e di realizzazione del sistema di monitoraggio microclimatico è costata 295 mila euro.