Nei giorni scorsi, il presidente Antonio Bassolino ha illustrato al Consiglio Regionale il documento sulle linee, strategie ed obiettivi per lo sviluppo della Campania. Un documento importante, quasi uno spartiacque tra la esperienza alle spalle ed il futuro. Il nodo politico di fondo è tra la critica e la revisione di una programmazione "a pioggia" e la innovazione culturale e strategica in linea con il quadro europeo, interregionale e nazionale, di incentrare, programmare lo sviluppo sulla realizzazione di "progetti strategici", come reti infrastrutturali, materiali ed immateriali. Una virata giusta, essenziale, necessaria. Tuttavia, per caratterizzare la nuova legislatura e la nuova fase urge affrontare e dare risposte positive anche ad altri rilevanti nodi politici ed istituzionali. Alcuni riguardano in, primo luogo, il sistema delle Autonomie Locali. 1) La prima è l'oggettiva pesantezza della crisi in cui il paese si trova. Pur avendo origini profonde, strutturali, che rimandano al modello di paese costruito nei decenni (per il Sud nei secoli) è stata aggravata dall'inefficacia delle politiche messe in campo dal Governo centrale. Toccherà necessariamente alle Regioni segnare la svolta. Certo occorrerà affermare un metodo: una forte, continua, efficace concertazione interistituzionale e un dialogo serrato con le parti sociali. Questo significa rivedere e rafforzare le sedi attuali della concertazione spesso svuotate da competenze ripetitive e marginali e invece tenute sistematicamente fuori dalle scelte strategiche. Significa anche completare il disegno riformatore con un vero Senato Federale che sia davvero il luogo di interfaccia e raccordo fra il Parlamento nazionale e il sistema delle regioni e delle autonomie. Va da se che questo passa per la bocciatura attraverso il referendum del progetto di "devolution". Assieme al metodo è l'affermazione della "priorità sviluppo" che deve essere davvero assunta dalle nuove regioni. Senza crescita né l'obiettivo di un rafforzamento ed una estensione delle politiche di welfare così necessario a partire dal sud, né il risanamento dei conti pubblici potrà avvenire in modo significativo. Questo significa per le regioni stare pienamente con le loro scelte dentro le strategie europee relative alla formazione, all'università, alla ricerca, all'innovazione e parimenti uscire sempre più dalle vecchie strategie settoriali, fondi dati magari a pioggia a questa o quella categoria, per valorizzare invece sistematicamente progetti di sviluppo integrati e fortemente ancorati ai territori. Progetti capaci di valorizzare certo l'impresa ma dentro ad un contesto appunto territoriale dove sono rilevanti le politiche ambientali, quelle culturali e di valorizzazione del patrimonio storico artistico, quelle di trasferimento tecnologico e della conoscenza dalle università alle imprese, quelle di diffusione delle nuove tecnologie, quelle di potenziamento del settore turistico integrato con il paesaggio, la campagna, le tipicità territoriali. Su tutto e, in primo luogo, la logistica. Progetti capaci cioè di mobilitare le risorse di un territorio e calate dall'alto. L'esempio dei distretti produttivi è eloquente. I distretti presentano luci ed ombre, situazioni di crisi ma anche realtà in evoluzione e capaci di ricollocarsi dentro il mercato globale. E' indispensabile ripartire da lì, ragionare sui servizi che ai nuovi distretti vanno garantiti, sul sostegno da dare alle imprese per una loro maggiore proiezione internazionale, sui progetti di innovazione tecnologica e il trasferimento di know how dalle università al sistema delle imprese necessari per la loro innovazione. 2) La seconda è il governo della transizione. Le nuove regioni debbono essere tali con i nuovi statuti. Essi dovevano essere accompagnati da un ampio dibattito. Invece per la gran parte dei casi questo non si è realizzato e la discussione si è per lo più soffermata sui sistemi elettorali e sul numero dei consiglieri. Questa falsa partenza va recuperata con l'avvio di questa legislatura. Tre fattori possono sancire la svolta. Il primo è il concetto di sussidiarietà. Sono troppi i segnali che ci pervengono che evidenziano non solo un perdurare ma addirittura un accentuarsi di un forte centralismo regionale a discapito del ruolo delle istituzioni più prossime ai cittadini. La vera sussidiarietà si misura nel governo delle politiche d'intervento per il sociale, per l'innovazione, per lo sviluppo e nel disegno degli assi strategici su cui si svilupperà il futuro di ogni singola regione. Il secondo è la ricerca di un giusto equilibrio fra la sottolineatura forte del ruolo del presidente e degli esecutivi sancito con l'elezione diretta e il ruolo del Consiglio Regionale. Qui non si tratta di negare la svolta e di rimpiangere il metodo impastato di lentezza e consociativismo che le vecchie regioni si portano dietro. Il peso e la riconoscibilità che le regioni si vanno conquistando è legato certamente ai nuovi poteri attribuiti dalla Costituzione ma anche dalla visibilità dei presidenti. Ma quando diciamo che in Italia non ci sono governatori, ma presidenti di regioni sottintendiamo un concetto ed un punto politico istituzionale che intende valorizzare il ruolo delle assemblee regionali, la necessità di curare la qualità della produzione legislativa, elevare il confronto politico fra esecutivo e assemblea, definire efficaci strumenti di indirizzo e di controllo dell'attività dell'esecutivo. In una parola dare prestigio e forza alle assemblee. Non sempre è così. Il terzo è l'idea di una regione "leggera". Cioè una regione che davvero metta al primo posto le sue nuove competenze legislative e programmatorie e ridimensiona in modo visibile la sua abitudine ed attitudine alla gestione. Si tratta di combattere contro una sorta di ipertrofia delle strutture regionali. Si concretizza un'idea sbagliata di regione, che non è quella definita con il nuovo titolo V della Costituzione. Per questa via si danno argomenti a chi avversa il processo di riforma della nostra Repubblica in senso federale. Questo dato politico riscontra sia con le strutture proprie delle regioni e sia, ormai in modo diffuso con la nascita di agenzie, strutture, enti che posti fuori dalla struttura regionale comunque finiscono per alimentare, non una più efficace regia nelle politiche regionali, ma una riproposizione della vocazione a gestire.