Caro direttore, ora che la guerra in Irak si avvicina alla fine, i sinistri non possono più sperare in un secondo Vietnam e, per tenere vivo l'antiamericanismo, trovano utile protestare per altre ragioni, una delle quali è rappresentata dai furti nei musei iracheni. Ma il modo in cui la situazione viene presentata da alcuni quotidiani e canali televisivi europei è una mistificazione della realtà, che aumenta la confusione e tende ad invertire i valori nella mente di chi è incapace di pensare in modo indipendente e non si rende conto di venir manipolato. La prima semplice osservazione è che i furti, definiti il 'crimine del secolo' dal direttore del Museo archeologico nazionale di Baghdad, sono stati compiuti da iracheni. In Vietnam gli Stati Uniti hanno compiuto errori politici e militari, messi in evidenza nel corso della guerra da vari commentatori (in Italia da Augusto Guerriero), ma ora in Irak hanno applicato una strategia innovativa per risparmiare vite e spese, non dimenticando il loro considerevole debito nazionale verso l'estero. Invece, secondo i detrattori dell'America, il Pentagono avrebbe dovuto aumentare il numero dei suoi effettivi e far correre rischi a ulteriori propri uomini per proteggere un patrimonio dagli assalti dello stesso popolo che lo detiene ed i cui dirigenti non l'hanno messo al sicuro, impegnati a nascondere altri oggetti e salvare la propria pelle. La seconda osservazione è che accusare gli americani d'aver pensato di proteggere i pozzi di petrolio e non i musei è pura malafede. I pozzi incendiati hanno un precedente nel Golfo e se lo fossero stati una seconda volta vi sarebbero oggi migliaia di pseudo ecologisti che griderebbero allo scandalo. Se venisse seguito lo stesso paradigma delle altre proteste, le colpe della immane catastrofe verrebbero attribuite agli invasori americani e britannici, e non agli incendiari ed ai mandanti, dimenticando che i danni, i costi di ripristino, il lucro cessante cadrebbero sulle spalle degli iracheni. La terza osservazione riguarda i sovraintendenti che ora piangono e protestano. Cosa ha fatto l'Unesco prima? Sembra che solo un docente di archeologia mesopotamica abbia messo in guardia i politici americani. Se a questi esperti stanno veramente a cuore i musei del mondo perché non hanno costituito un comitato, dato origine ad una lobby per informare i rozzi soldati e l'ignorante pubblica opinione? Chi di loro ha avuto l'iniziativa di pubblicare inserzioni di intere pagine su Washington Post, New York Times, Chicago Tribune, LA Times per denunciare i pericoli e contribuito di tasca propria alle spese? La guerra non è scoppiata all'improvviso, ma è stata annunciata ed il tempo non è mancato. Chi di loro è partito per andare sul luogo a proteggere i reperti? Perché avrebbero dovuto difenderli gli inesperti e non chi sulle antichità campa e il cui valore conosce ed apprezza? Si sono comportati più seriamente gli illusi perditempo recatisi in Irak con l'idea peregrina e vanagloriosa di fare da scudi umani. E' fuori di dubbio che i furti rappresentino una perdita, anche se col tempo in parte recuperabile. Ma la situazione non è paragonabile a quella del bambino che ha perduto le braccia e non v'è dubbio che i problemi umani vadano considerati su un piano diverso da quelli culturali e prevalgano sugli altri. Questi estimatori che pongono le pietre antiche prima degli esseri umani vivi avrebbero potuto, a tempo debito, spiegarci quali sacrifici gli assiri offrivano sugli altari dei loro dei per ottenere protezione in guerra, anziché farci assistere in ritardo alla sceneggiata di chi, tranquillamente a casa propria, si indigna e denuncia il menefreghismo dei soldati di fronte ai saccheggi. Caro direttore, non solo dobbiamo subire le manifestazioni per la pace ed i cortei degli sclerotici che si oppongono ai cambiamenti, ma dobbiamo anche sopportare la tattica leninista della ribellione metafisca, della protesta contro la condizione umana, contro tutto quello che avviene sulla Terra, contro il creato intero. Per di più questi campioni sparano per primi, tecnica che generazioni di cowboys e sceriffi hollywoodiani hanno propagandato, che costringe gli altri a difendersi e, in questo caso, vuole impedire d'essere incolpati di aver fatto poco o nulla al momento opportuno. Perché non protestiamo anche noi contro quella parte dei sovraintendenti e curatori dei musei d'Europa ed America che si stracciano le vesti e contro quei giornalisti che danno loro una mano a denunciare il 'crimine del secolo'? Potremmo offrire un suggerimento: 'Anziché fare polemiche, sempre sterili, andate a recuperare quello che vi sta a cuore, a vostre spese, con il beneplacito e la benedizione di ONU e Unesco. Siamo pronti anche noi ad applaudirvi, soprattutto se farete qualcosa per alleviare il futuro dei bambini mutilati e di quelli destinati a camminare sulle mine abbandonate dagli scherani di Saddam, finalmente abbattuto come le sue statue'.
Arte e libertà
L'autore critica i furti nei musei iracheni durante la guerra in Iraq e accusa alcuni quotidiani e canali televisivi europei di presentare una realtà distorta. I furti sono stati compiuti da iracheni, non da americani, e sono stati definiti il "crimine del secolo" dal direttore del Museo archeologico nazionale di Baghdad. L'autore sostiene che i furti sono stati commessi per proteggere i pozzi di petrolio, non i musei, e che i sovraintendenti e curatori dei musei d'Europa e America sono stati più preoccupati per la loro reputazione che per la protezione dei reperti.
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