Si può scendere in piazza per un quadro? Sì, se si tratta di una pala di Giorgione: Fra i tanti sit-in di protesta di questi tempi, infatti, qualche mese fa gli abitanti di Castelfranco Veneto ne hanno organizzato uno tutto particolare, vincendo così una piccola battaglia artistica che girava intorno alla celebre pala realizzata dal giovane grande pittore nel 1503-04 per il Duomo della loro (e sua) città. Grazie anche all'affetto dei suoi "concittadini", infatti, da due giorni la Pala di Castelfranco è tornata al suo posto (tra le campane che suonavano a festa) dopo quasi quattro anni anni di lontananza, periodo durante il quale è stata affidata agli esperti restauratori delle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Danneggiata dal tempo, da una serie di restauri maldestri iniziati fin dal Seicento, e infine da un tentativo di furto subito nel dicembre 1972, la pala era stata prelevata nel febbraio 2002 per essere riportata allo splendore originario. Il lavoro compiuto è stato così soddisfacente che Venezia ha forse avuto per un attimo la tentazione di... tenersi il dipinto. La mobilitazione della cittadina veneta è riuscita invece ad ottenere che Giorgione tornasse a casa, dopo aver attirato l'anno scorso quasi duecentomila visitatori durante l'esposizione presso le Gallerie Veneziane. Il motivo per cui quest'opera di Giorgione è tanto cara agli abitanti di Castelfranco (oltre che alle migliaia di turisti che ogni anno si recano "in visita" per ammirarla), ed è stata tanto studiata dagli storici, è presto detto: si tratta di una delle due sole opere realizzate da Giorgione nella sua città natale (l'altra è il cosiddetto Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche), e dell'unica in assoluto destinata ad un luogo di culto. Il ristrettissimo catalogo del pittore veneto (venticinque opere in tutto) conferisce a ognuno dei suoi dipinti un valore inestimabile, e la Pala di Castelfranco conserva, come gli altri, una storia e qualche mistero. Commissionata nel 1503 dal siciliano Tuzio Costanzo in memoria della scomparsa prematura del figlio ventitreenne Matteo, morto mentre combatteva al servizio della Serenìssima, la pala è una tavola lignea alta due metri e larga uno e mezzo, composta di assi di pioppo accostate, su cui Giorgione raffigurò la "Madonna in trono con il Bambino e i santi Francesco e Nicasio". Destinato ad essere sistemato sopra la lapide tombale di Matteo Costanzo, il dipinto introduce una serie di innovazioni pittoriche nell'arte veneta rinascimentale. L'immagine, di grande impatto cromatico e prospettico, nasce da una tecnica che procede per velature sovrapposte di strati colorati, cioè quella "pittura sanza disegno" che Vasari descrive nelle sue Vite. Il trono della Vergine non è compreso in uno spazio architettonico, bensì si impone altissimo, monumentale, sul paesaggio retrostante, immerso insieme alle quattro figure in un assorto silenzio. Giorgione lavorò a lungo su questa scena, come hanno dimostrato le immagini "fantasma" ottenute durante il restauro con radiografie e riflettografie (indagini all'infrarosso che scendono sotto la superficie del quadro in cerca di rivelazioni): si scopre che molti sono stati i ripensamenti dell'artista, soprattutto per quanto riguarda le pose dei personaggi. Lo sguardo del bimbo, ad esempio, inizialmente dritto verso lo spettatore, è poi stato "abbassato" sul sarcofago in segno di rispetto per il lutto del committente. Il basamento che regge Madonna e Bambino si è progressivamente rimpicciolito sotto i pennelli dell'artista, in modo da rendere più impressionante la verticalità della composizione, che si stacca nettamente dall'iconografia classica delle pale d'altare quattrocentesche. Tra i dipinti di Giorgione, la Pala di Castelfranco è in un certo senso più "leggibile" di altri: è noto infatti che le complesse simbologie utilizzate dal pittore per comporre le sue immagini hanno fatto letteralmente impazzire i filologi d'arte, che da cinque secoli scandagliano fonti di ogni genere in cerca di chiavi di interpretazione per questa opera e tele come "I Tre Filosofi" o "La Tempesta": racconti biblici, miti classici, leggende cristiane, episodi letterari, concetti filosofici, allegorie ermetico-alchemiche. Tra i piccoli misteri custoditi dalla "nostra" pala, le identità precise dei due santi che si trovano ai piedi del trono, l'uno in abito monacale (quasi certamente San Francesco), l'altro in armatura di guerriero, con lo stendardo dei Cavalieri di Malta, di volta in volta riconosciuto come San Giorgio o San Nicasio. Un gioiello del genere, capace di far tornare le città venete alle antiche belligeranze, soffre però del medesimo difetto del resto dell'opera di Giorgione: una fragilità congenita, connaturata alle tecniche e ai materiali usati dal pittore, che la condanna ad un deperimento continuo e quasi inarrestabile. Le opere su carta di Giorgione, per esempio, sono gradualmente "svanite" dai loro fogli, lasciando vaghe ombre e qualche chiaroscuro a sanguigna a testimoniare dell'arte che fu. Per questo motivo, in contemporanea alla pala è stata restaurata anche la Cappella Costanzo, trasformata in una sofisticata "teca tecnologica" in grado di assicurare alla grande tavola una perfetta conservazione per gli anni a venire. Lo stesso dipinto è stato protetto da una lastra di vetro antiriflesso praticamente invisibile, e torna adesso a mostrarsi, come ha fatto per cinque secoli, nel luogo stesso in cui Giorgione lo pensò. A dimostrazione che il nostro patrimonio artistico, invidia del mondo intero, non è costretto a sonnecchiare in qualche cassaforte sotterranea per poter sopravvivere.