Quello che nel 1951 fu definito dal critico francese Michel Tapié Informel, Informale, non fu una vera corrente. Era un 'clima' in cui rientrano diversi movimenti. «Una poetica dell'incomunicabilità», scrisse Giulio Carlo Argan, «non è una libera scelta: è la condizione di necessità in cui l'arte, che tutta una tradizione culturale aveva posto come forma, viene a trovarsi in una società che svaluta la forma e non riconosce più nel linguaggio il modo essenziale della comunicazione tra gli uomini...» Fu un fenomeno essenzialmente europeo, il più importante del dopoguerra, guardato con grandissimo interesse dagli artisti d'oltreoceano tanto che in alcune lettere di Jackson Pollock si scopre quanto avidamente attendesse di vedere i cataloghi e le opere di Jean Dubuffet, che considerava uno dei maestri dell'arte astratta. Questo punto di vista e quello dei grandi collezionisti americani - la fondazione newyorchese di Solomon R. Guggenheim e Peggy Guggenheim - lo racconta la mostra della fondazione Cassa di Risparmio di Modena che ha per titolo «Informale. Jean Dubuffet e l'arte europea 1945-1970». S'inaugura il 18 dicembre negli spazi del Foro Boario, per dimensioni una costruzione unica nel panorama degli interventi di architettura ducale. È un edificio lunghissimo, ben 250 metri, della profondità di circa 20 metri, perfettamente bifronte, con quattro facciate identiche a due a due. È qui, nell'ala ovest, che vengono presentate un centinaio di opere prestate dalla Fondazione Guggenheim di New York e dalla collezione Peggy Guggenheim di Venezia per questa esposizione che ha un perno su Jean Dubuffet ma intorno al quale ruotano l'esperienza esplosiva della pittura del gruppo CoBra, come ad esempio Karel Appel e Pierre Alechinsky, i segni materici della pittura gestuale di Jean-Paul Riopelle, Georges Mathieu, Pierre Soulages, le esperienze degli artisti italiani presenti come 'informali' nelle collezioni americane - Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Lucio Fontana, Bice Lazzari, Afro Basaldella, Gastone Novelli - e gli 'informali' amati, preferiti da Peggy come Emilio Vedova, Tancredi, Edmondo Bacci o Giuseppe Santomaso. È un percorso, ribadisce il curatore, Luca Massimo Barbero, che «offre un racconto particolare. L'arte del dopoguerra vista attraverso gli occhi e le opere acquistate dal grande collezionismo americano. Il tutto intorno alle opere dell'artista che negli Usa era considerato l'unico vero nuovo Picasso: Jean Dubuffet». L'ingresso e la storia delle acquisizioni delle opere degli artisti informali nelle collezioni Guggenheim è ben diversa. Quella di Dubuffet fu una scelta di James Johnson Sweeney, direttore del Guggenheim. Il fondatore, l'industriale del rame e collezionista Solomon R. Guggenheim, era già morto. Fu Sweeney, che nel 1959 portò a compimento l'edificio newyorchese progettato da Frank Lloyd Wright - il museo che tutti oggi conoscono - a credere in Dubuffet, a sostenerlo. Molti dei dipinti della raccolta veneziana hanno invece vicende ben più personali, legate ai rapporti tra l'irrequieta Peggy Guggenheim, scomparsa nel 1979 all'età di 81 anni - per Gore Vidal simile «all'ultima eroina transatlantica di Henry James, una Daisy Miller che partecipa a tutte le feste» - e gli artisti che incontrò a Palazzo Venier dei Leoni. Come racconta la stessa Peggy nella sua autobiografia, nel 1946 tra le prime persone che incontrò in laguna «vi fu un artista di nome Vedova» e Santomaso, che divennero entrambi suoi amici anche se il primo contatto fu difficile perché «fra loro parlavano in dialetto veneziano e passai ore penose». Fu grazie a Santomaso che Peggy presentò la sua collezione alla Biennale di Venezia del 1948, e non lo dimenticò mai, così come ammise che da un punto di vista artistico non fu troppo in sintonia con Vedova. Il suo grande protetto fu Tancredi che incontrò nel 1952 tramite il pittore americano William Congdon e a cui promise settantacinque dollari al mese in cambio di due gouaches. L'avevano molto impressionata: «Erano delicate ed aeree». Tancredi, «dal temperamento folle, protagonista di continue risse», fu l'unico artista con studio a Palazzo Venier dei Leoni. Per diversi anni lavorò nella cantina dell'edificio che s'affaccia su Canal Grande «e fu un gran sollievo quando se ne andò perché faceva impazzire i camerieri camminando per tutta la casa con scarpe sporche di colore». Dopo la sua partenza «ci vollero quattro giorni per togliere tutto quel pasticcio dal pavimento dello studio, ora adibito a museo di Pollock». Vi fu, tra quegli 'informali', un secondo protetto: Edmondo Bacci, «un pittore molto lirico, sulla quarantina, le cui opere erano ispirata a Kandinsky». Ricorda Peggy Guggenheim: «Tancredi e Bacci erano i due pittori italiani che mi piacevano di più, tanto che ne avevo la casa piena». Ma, più in generale, gli artisti italiani restarono insoddisfatti dai suoi interessi: «In Italia non ho fatto un granché. Santomaso era veramente deluso, perché pensava che potessi diventare un nuovo centro dinamico e culturale per l'arte italiana. Il fatto è che quel che trovai in Italia non mi ispirava molto, e così, poco alla volta, persi interesse». Impietoso auto-giudizio che questa mostra, almeno in parte, ribalta.