IL RECUPERO. La giunta comunale ha deciso di acquisire l'importante collezione di arte contemporanea. Resta però un problema. Quale rapporto con la città? Risucchiato dal gorgo di un debito di 1,3 milioni di euro, il museo Pecci di Prato stava per affondare. Lo ha salvato il Comune acquisendone la collezione per quella stessa cifra (la raccolta vale almeno tre volte tanto), lasciandola in comodato al Centro d'Arte Contemporanea. Tutti dicono che era l'unica scialuppa possibile "per il Centro d'Arte Contemporanea e hanno ragione ma è altrettanto vero che, nella piana pratese, fra svincoli delle autostrade e capannoni industriali, ha pesato una crisi più vasta del raggio d'azione territoriale. È locale e italiana. È di cultura ed è economica. Tutto s'intreccia. Ha radici da un lato in una scommessa culturale rimasta a metà, ma che ha motori sufficienti per decollare, dall'altro nella cosiddetta globalizzazione del mercato. Prato infatti è diventata florida con il tessile e gli stracci ma la manodopera a prezzi stracciati in Asia e soprattutto in Cina - dove anche le ditte italiane preferiscono affidare la lavorazione dei vestiti -l'ha piegata non poco. Nel frattempo c'è chi galoppa o trotta più veloce: il Castello di Rìvoli e il Mart di Rovereto e Trento sono quanto mai vitali, a Roma stanno nascendo il Maxxi (statale) e il Macro (comunale) e promettono d'andare lontano, Napoli si fa avanti... Il centro, progettato da Italo Gamberini ispiratosi alle fabbriche della piana, con sale espositive ampie ma con dei limiti, con anfiteatro, apri nell'88 grazie a un accordo tra la famiglia di industriali Pecci e il Comune e in un'atmosfera carica di elettricità e aspettative. La città del tessile giocava la carta della cultura contemporanea surclassando la vicina Firenze che sull'arte del nostro tempo chiacchiera tanto e conculde poco. Giocando d'anticipo anche in un'Italia ancorata ai Botticelli, Caravaggio, Tiepolo e Canova, quando va bene i futuristi e De Chirico. Era il primo luogo istituzionale costruito per l'arte d'oggi in Italia, lo dirigeva il critico d'arte Amnon Barzel per dare un taglio europeo e la dislocazione era indicativa: vicino all'uscita Est dell'autostrada Firenze-mare, dove arrivare in auto è facile e veloce. Ma è ai bordi dalla città e questo ha frenato il rapporto con i pratesi perché andarci con i mezzi pubblici richiede una discreta pazienza e il museo non ha agganciato la sua città quanto potrebbe, mentre c'è riuscito meglio con la didattica per le scuole e con gli spettacoli. Ora atteniamoci al salvataggio di questi giorni. Il Comune - la giunta ha deciso, il consiglio dovrà approvare - darà 1,3 milioni di euro al museo in cambio della collezione e di un piano di rilancio per il 2006 che escluda debiti. La raccolta costruita negli anni è abbondante, sul fronte pubblico italiano dà punti a tutti, tra pitture, sculture e installazioni. Riassunta da una mostra aperta fino al 29 gennaio, comprende gente come Cucchi, Merz, Paladino, Plessi, Pistoletto, ha nomi internazionali, non disdegna la fotografia con Arakì, Mulas, Vitali.... Però da tempo c'è aria mesta, le mostre non «tirano» - e questo doveva essere il motore trainante. «Vendere era l'unico percorso per non chiudere - avverte il presidente del Pecci in carica da alcuni mesi Valdemaro Beccaglia - e coprire i debiti consolidati al 31 dicembre 2004. Adesso viene il difficile: impostare il programma futuro facendo un piano industriale e sacrifici, Lo consegneremo quando firmeremo l'accordo di vendita delle opere». Beccaglia esclude tagli al personale, ma qualcosa dovranno inventarsi. Per ora l'incarico triennale all'attuale direttore Daniel Soutif scade il 31 dicembre e non verrà rinnovato per altri due anni come era possibile. Il critico d'arte francese c'è rimasto male, ma il precedente cda del museo ha scelto di risparmiare su compenso e benefit, così nel 2006 il Pecci sarà guidato da un interno, Stefano Pezzato, già assistente del precedente direttore Bruno Corà e poi di Soutif. «Non ci sono i soldi, è inutile prendere un direttorino, peraltro Pezzato è già in grado di dirigere un museo», dice Beccaglia. Gestire il Pecci è costato 2,6 milioni di euro l'anno, ora veleggia sull'1,3, impiega una trentina di persone, più d'una a tempo determinato. Sono rimasti come soci il Comune e la famiglia Pecci. La Cassa di risparmio pratese - ricorda Beccaglia - una volta acquisita dall'omologa vicentina ha raffredato l'interesse, l'Unione industriale ha meno soldi per la cultura, formata com'è da industrie tessili in difficoltà. I privati si eclissano. Ora il Pecci vuole di più dalla Regione Toscana. Ma dovrà rilanciarsi con un programma artistico adeguato, una traiettoria. «Si riparte da tre, non da zero, c'è la collezione», rivendica Beccaglia. D'accordo, ma per andare dove? «Rafforzare il legame con la città e avvicinarla all'arte contemporanea, ripartire a livello internazionale. Possiamo essere il più importante museo d'arte d'oggi in Italia». «L'essenziale è decidere cosa si vuole», osserva Giuliano Gori, il «padre» del parco d'arte ambientale di Celle a Pistoia, collezionista e industriale che ha sempre seguito il Pecci. Un'idea? «In Europa funzionano benissimo le Kunsthalle alla tedesca: non sono il museo come lo intendiamo noi, un luogo "sacro", ma di frequentazione quotidiana, circoli culturali dove espongono grandi maestri e artisti [...]. Può essere un possibile modello».