Il futuro dei tredici Teatri lirici nel convegno che si è svolto ieri a Cagliari nel foyer di via Santa Alenixedda. Al capezzale delle Fondazioni sovrintendenti, esperti, sindacalisti e un viceministro «Non parliamo di sprechi, ma di nuovi modelli di gestione». Dall'incontro di Cagliari un grido d'allarme per i tagli al Fondo unico per lo spettacolo e alcune importanti proposte Astratta e materica è la pittura di Marco Pili che in questi giorni riempie di sé (rendendolo più bello) il foyer del Lirico. Astratto (come le idee) e insieme materico (come gli uomini che le esprimono) è stato il convegno che ieri mattina ha portato nel teatro cagliaritano sovrintendenti e sindacalisti, politici ed esperti, artisti e organizzatori di cultura, abbonati (una delegazione spontanea) e dipendenti. Il tema, Fondazioni Liriche, quali futuro? evoca, nonostante il punto interrogativo, la certezza tombale di un Requiem. Eseguito quindici giorni fa da coristi e orchestrali di mezza Italia in segno di protesta contro i tagli al Fondo unico dello spettacolo, ieri, idealmente, è salito alle labbra dei numerosi artisti del teatro presenti all'incontro e preoccupati, molto preoccupati, per le sorti della cultura italiana e per quelle delle loro famiglie. La cultura è il petrolio dell'Italia, diceva Strehler. Per molti è anche il pane. E di entrambi, pane e petrolio, hanno parlato gli intervenuti, accolti dal saluto del sindaco di. Cagliari, Emilio Floris, presidente della Fondazione cagliaritana, e del sovrintendente Maurizio Pietrantonio, promotore dell'incontro. A coordinare, e provocare, il dibattito, un giornalista esperto come Valerio Cappelli (Corriere della Sera), che (dopo aver citato Strehler) ha delineato con poche battute un quadro allarmante. Per farlo è partito dalle cifre: 464 milioni di euro erano i soldi a disposizione del Fondo unico per lo spettacolo, 300 quelli di quest'anno. Con il voto del Senato, 85milioni sono stati recuperati, ne mancano comunque 79 (ma il fabbisogno complessivo secondo l'Istat ammonta a 800 milioni). Una cifra enorme, che rischia di compromettere, per la prima volta, l'attività di molte delle tredici fondazioni liriche e di dare un colpo definitivo alla cultura in Italia. Quella che Ciampi invoca, definendola la base della civiltà del nostro Paese, ma anche del mercato. Quella che in altre nazioni europee segna un bilancio in attivo:. 9 la Spagna, 3 la Francia, 2 la Gran Bretagna, 1,9 la Germania. «Il mondo cammina e noi stiamo a guardare. Non solo: a chi dice che allo spettacolo serve talento e lavoro, questo governo risponde attaccando la Scala, e accusandola di. sprechi». Il fantasma del teatro milanese è apparso più d'una volta nel foyer del Teatro di via Santa Alenixedda richiamato dalla citazione berlusconiana di Cappelli, ma anche e soprattutto dalla presenza di Carlo Fontana, che per 15 anni è stato sovrintendente scaligero e da sei mesi ha voltato pagina. Oggi, 7 dicembre, non sarà presente, alla prima di Idomeneo diretta da Daniel Harding, e sarà una novità per lui. Applaudito con molto calore, Carlo Fontana ha fatto uno dei discorsi più apprezzati, lucidi e appassionati della giornata. Ma torniamo a Cappelli, torniamo alle cifre del disastro prossimo venturo, torniamo a quelle accuse di sprechi: sono vere o no? È vero che il costo medio di un'orchestra italiana è doppio rispetto a quello di un'orchestra parigina? È vero che un cantante qui in Italia costa due volte tanto? «Questo dobbiamo chiederci, ricordandoci che dal 1974, quando Spadolini creò da una costola della pubblica istruzione il Ministero dei beni culturali, quando c'è stato da tagliare, si è tagliato lì. Lo fa ora la destra, lo ha fatto il centrosinistra». Anche se Roma, città dove il giornalista vive, sta andando controcorrente, grazie a un sindaco come Veltroni «che fa politica attraverso la cultura: vedi Auditorium della musica, vedi la Bibliomusicoteca di Santa Cecilia», per citare due esempi di eccellenza. Non fanno troppa cultura i giornali, che essendo lo specchio fedele della realtà la riflettono senza migliorarla, non fa cultura la televisione, che parla raramente di teatro e meno ancora di musica. A Londra, in Austria, in Germania, i network propongono regolarmente la lirica, in prima serata, qui da noi è impensabile». Già. Impensabile. Bene lo dice Walter Vergnano, presidente del-l'Associazione che riunisce le Fondazioni e Sovrintendente del Regio di Torino), quando nell'individuare la malattia dei teatri lirici (e non solo) parla di mancanza di una politica culturale. «Noi esistiamo perché ci sono gli spettatori. L'associazione che rappresento ha atteso tre anni per un incontro con l'ex ministro Urbani, e dopo non è cambiato niente. Pubblico e privato dovrebbero collaborare insieme, al contrario l'incontro tra uno stato disimpegnato e un privato poco incentivato ha prodotto una miscela esplosiva. Oggi la situazione è insostenibile, e non c'è alcuna strategia», ha concluso, auspicando una riforma delle fondazioni che salvi quello che c'è di buono, cambi quello che non va bene, «e dia una risposta a questa domanda fondamentale: I nostri teatri sono un bene, sì o no? Se sono un bene lo Stato deve trattarli come tali, sostenendo i costi delle masse artistiche, dando ad ogni singolo ente lo strumento di produzione, liberando il Fus dalla Finanziaria, garantendo la certezza dei finanziamenti». Le scarse risorse, dunque, sono una conseguenza, non la causa dei problemi attua-li. Occorre una profonda ristrutturazione del settore, occorre che la cultura diventi un obiettivo strategico del nostro paese. Se il teatro lirico fa parte della cultura (e chi può negarlo?) non si parli allora di sprechi, ma di investimenti da attuare: sulla stabilità, per esempio, unica garanzia di qualità. Di stabilità, ieri, hanno parlato a lungo i sindacati. Quelli seduti al banco del convegno (Lonti-Cgil, Meomartini-Cisl e Sciarra-Cisal), e quelli che in tarda mattinata hanno preso la parola per manifestare la loro angoscia per il futuro del teatro. Da Angelo Cocco a Loris Triscornia (provocatoriamente con sciarpetta qua-resimale), agli altri lavoratori del lirico, del teatro di prosa (Lelio Lecis), della danza («la più penalizzata», ha denunciato Paola Leoni), tutti hanno sottolineato come il costo del lavoro rappresenti un falso problema. Di tagli dolorosi ma necessari ha parlato Elisabetta Pilia, assessore regionale alla pubblica istruzione, che ha parlato dell'esigenza di razionalizzare, di evitare gli sprechi, e ha ribadito la necessità di fare uno sforzo comune (scambi, sinergie, percorsi condivisi) per contenere le spese e nello stesso tempo garantire la qualità. Importante, per il Lirico, l'intervento di Giovanni Biggio, presidente di Confindustria, che ha annunciato per dicembre un protocollo di intesa col teatro e ha ipotizzato la nascita di un centro di produzione per tv a banda larga per canali di musica classica. L'ultima parola, dopo l'intervento conclusivo del sottosegretario Bono, al sovrintendente Pietrantonio. Che ha annunciato per il 16 dicembre la convocazione a Roma dei tredici sovrintendenti italiani. La sua posizione, espressa in apertura di convegno, è chiara: per risolvere la crisi è necessario trovare nuovi modelli di gestione, e attuare una chiara politica di indirizzo e investimento. «Se quello proposto dai teatri lirici è un patrimonio sentito, e i nostri 12mila abbonati dicono di sì, occorre investire in questo patrimonio».
L'Unione Sarda
7 Dicembre 2005
La cultura è petrolio, il lavoro è pane
MA
Maria Paola Masala
L'Unione Sarda
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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