Riuscirà il nostro presidente a diventare anche un moderno Mecenate e salvare dall'incuria e dall'abbandono la collezione privata più grande del mondo di sculture classiche romane? Una collezione che i principi di Torlonia, potenti banchieri, iniziarono nell'Ottocento, ma che ormai è ammassata in locali angusti in un palazzo al centro di Roma, trasformato dall'ultimo discendente della famiglia in un più fruttuoso residence con 93 appartamentini. L'idea a cui il presidente Silvio Berlusconi pensa da tempo è quella di acquistare l'intera collezione come privato cittadino e quindi donarla allo Stato per riaprire il museo che sino agli anni Sessanta era ancora funzionante e visitabile nelle sue 77 stanze. Da più di trent'anni un vero e proprio tesoro d'arte è sepolto negli scantinati di casa Torlonia, Malgrado diversi tentativi fatti dalla Stato, gli ultimi quando erano ministro Walter Veltroni e poi Giovanna Melandri. Ma l'accordo con la famiglia pare che non sia stato mai trovato. E il tesoro è rimasto negli scantinati. La collezione è stata stimata oltre 120 milioni di euro e su di essa pende un vincolo assoluto per impedire che possa essere smembrata in piccole collezioni o che possa essere «esportata» all'estero. Ma la cifra richiesta non è disponibile nelle casse del ministro Urbani, anche se tempo fa era stato lo stesso Sgarbi, quando svolgeva la funzione di sottosegretario al ministero dei Beni culturali, ad avere ideato la possibilità di acquisire il tesoro attraverso un pagamento rateale. «Si trattava di un atto dovuto, di una opportunità da non perdere che io stesso avevo sottoposto al Premier per mettere fine ad una situazione scandalosa. L'idea - spiega Vittorio Sgarbi - era quella di pagare 50 miliardi di vecchie lire l'anno, e poi esporre le opere in una grande sede di prestigio come le scuderie del Quirinale». Ma evidentemente neanche questa ipotesi è risultata realizzabile e alla fine il presidente Berlusconi deve aver pensato che l'unica soluzione potrebbe essere quella di mettere mano al portafogli e agire da privato cittadino. La collezione, che da anni'ormai non è accessibile neanche agli studiosi, è composta da 620 marmi. Era stato il principe Alessandro Torlonia a realizzare il museo nel 1859; 77 stanze, nel palazzo della Lungara, al centro di Roma. Ma fu un altro Alessandro, tra gli anni Sessanta e Settanta a decidere di trasformare il museo, vincolato comunque già dal 1948, in 93 miniappartamenti. E opere preziosissime finirono accatastate in un paio di magazzini del palazzo. Il museo dei Torlonia è rimasto attivo sino agli anni Quaranta. Poi cominciarono numerosi problemi. Anche la sovrintendenza ebbe difficoltà di accesso. Si racconta che nel 1947 quello che era il direttore generale delle antichità e delle arti, Ranuccio Bianchi Bandinelli, per riuscire a entrare nel palazzo della Lungara, sorvegliato da apposito custode, dovette travestirsi da spazzino. Lo scandalo del museo trasformato in residence esplode nel 1977, quando il pretore Albamonte sequestra il palazzo, gli affitti e la collezione. Un anno dopo ecco arrivare la prescrizione per il reato edilizio e l'amnistia per il reato contro il patrimonio storico-artistico. Soltanto la Cassazione, con una sentenza complessa, ribadisce il principio che non si può distruggere un museo. Ma nessun colpevole e la situazione rimane quella che è oggi. Nel 1982 il ministro Scotti, responsabile dei Beni Culturali, decide di dare avvio ad una commissione di archeologi che oltre a deplorare la disintegrazione del museo, tenta di definire in decine di miliardi una valutazione da pagare ai Torlonia per l'acquisizione della collezione. Seguirono non poche polemiche, riprese da Antonio Cederna in un articolo pubblicato nel 1991, dove si denunziava per l'ennesima volta là scomparsa del museo. «Italia nostra» in particolare sostenne che lo Stato aveva tutto il diritto di entrare in possesso delle opere senza sborsare una lira, in cambio delle penali che i Torlonia avrebbero dovuto pagare per «avere inferto un ingente danno alla collettività». Lo stesso Cederna, sempre nel '91, da parlamentare di sinistra propose un disegno di legge in tal senso. Ma approvato da varie commissioni tecniche fu bocciato invece dalla commissione bilancio, e non se ne fece più niente. Sono passati più di dieci anni e la collezione Torlonia è sempre negli scantinati. Forse adesso grazie al «Mecenate» Berlusconi il sogno di Alessandro Torlonia senior che amava raccogliere i tesori che trovava spesso nelle sue stesse proprietà può ritornare realtà e l'Italia riappropriarsi di un suo tesoro.