ESISTEVANO operazioni di compravendita, con triangolazioni fittizie o comunque concordate tra aziende, che alla fine facevano arrivare ai musei reperti trafugati dai «tombaroli» e opportunamente «ripuliti». È emerso ieri nell' ambito del processo che, davanti alla sesta sezione del tribunale di Roma, presieduta da Gustavo Barbalinardo, vede l'ex curatrice del Paul Getty Museum di Los Angeles Marion True e l'intermediario svizzero Emanuel Robert Hecht imputati di associazione per delinquere, ricettazione, reati specifici relativi al commercio di beni archeologici e omessa denuncia di reperto. La vicenda nella quale sono coinvolti è quella dei beni archeologici trafugati in Italia, «ripuliti» in Svizzera e rivenduti a collezionisti e grandi musei internazionali. Primo testimone del processo è stato Maurizio Pellegrini, funzionario della Sovrintendenza beni archeologici per il Lazio, incaricato dal pm Paolo Giorgio Ferri di una consulenza tecnica con la quale ha ricostruito le fasi d'indagine compiute nel porto franco di Ginevra dove si è recato a verificare la corrispondenza tra la documentazione sequestrata nell'ambito dell'inchiesta e i circa quattromila reperti archeologici custoditi nella struttura. Alcune delle opere rinvenute facevano parte del catalogo del Paul Getty Museum. Nel corso della deposizione è stata focalizzata l'attenzione anche sull'attività di riciclaggio di beni archeologici. «Le modalità erano semplici - ha spiegato Pellegrini - Una ditta si rivolgeva a una casa d'aste qualificata e la incaricava di vendere opere trafugate dai tombaroli. I reperti venivano comprati da una seconda società e poi trovati nella disponibilità della prima azienda. Alla fine, le opere, ormai "ripulite" venivano vendute ai musei, utilizzando il nome della casa d'asta per sottolinearne l'autenticità».