Il primo Torlonia sembra fosse un mercante di stoffe arrivato in Italia a cercar fortuna sotto Napoleone. Poi la famiglia si arricchisce, ottiene i titoli di principe e marchese. Insomma, in breve tempo, i Torlonia si affermano come banchieri e accumulano un grande patrimonio. Tanto che uno di loro, Alessandro, nel 1859, fonda uno dei più ricchi musei di scultura greca e romana, che aveva sede in Trastevere, alla Lungara, in via Corsini 5, con una collezione considerata unanimemente la più importante privata del mondo. Settantasette sale e 620 statue, busti, ritratti, sarcofagi, rilievi, raccolti da altri importanti collezionisti privati, dai Giustiniani ai Caetani agli Orsini ad altri. Non solo, ma anche provenienti dalle campagne di scavo effettuate nei grandi possedimenti familiari dei Torlonia, come la Villa dei Quintili o di Massenzio, l'area del porto di Traiano a Fiumicino, l'area del Fucino, Villa Adriana a Cerveteri, tanto per fare qualche esempio. Insomma, un terzo dell'antico patrimonio romano sembra fosse proprio al Museo Torlonia. Tra i capolavori, l'«Hestia Giustiniani», rarissima replica romana di un originale greco che rappresenta una divinità femminile, la «Pallade di Porto», la grande «Testa di Apollo di Kanachos», l'«Atleta di Mirone», il «Diadumeno di Policleto», il ritratto noto come «Eutidemo di Battriana», l'eccezionale rilievo di «Portus» con la rappresentazione dell'antica vita commerciale del porto di Roma, preziosi sarcofagi, un centinaio di ritratti imperiali, testine femminili del II-III sec. a. C. E l'elenco sarebbe lungo. Sino agli anni Sessanta-Settanta la collezione veniva citata nelle guide, compresa quella del «Touring Club» e poteva vantare un vecchio catalogo redatto nel 1883 da Carlo Ludovico Visconti, cui si aggiunsero un album di tavole pubblicato da Danesi. Una seconda edizione vide la luce nel 1885, aggiornata nel 1980 da C. Gasparri («Materiali per servire allo studio del Museo Torlonia di scultura antica»). Ma, come spesso succede, il destino avverso si accanì contro la raccolta. Tra gli anni Sessanta-Settanta le 77 sale del Museo vennero trasformate abusivamente in 93 miniappartamenti, subito affittati, e le 620 sculture trasferite in locali angusti, stipate una contro l'altra, con la perdita dei riferimenti originali, tra le giuste recriminazioni di molti storici dell'arte. In sostanza, il Museo Torlonia nel suo complesso era stato distrutto, nonostante la notifica del 22 dicembre 1948 da parte dell'allora ministro della Pubblica istruzione, Guido Gonnella (ai sensi e per gli effetti della legge n. 1089 del 1939) in quanto «per tradizione, fama e caratteristiche ambientali» la collezione riveste un eccezionale interesse storico ed artistico. In quegli anni, su richiesta, lo si poteva visitare. Certo con qualche difficoltà, tanto che l'illustre archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel 1947, per infilarsi in quelle sale, aveva dovuto travestirsi da spazzino. Poi più nessuno ha potuto vedere o studiare quelle antiche e prestigiose opere, invisibili neppure in fotografia, ma solo singolarmente e sporadicamente in qualche mostra. Un vero, grande, peccato.