PARLA ROBERT STORR, CHE DIRIGERÀ L'EDIZIONE DELLA MANIFESTAZIONE NEL 2007 Venezia Sono, in qualche modo, gli stati generali dell'arte contemporanea. E il simposio che si terrà a Venezia dal 9 al 12 dicembre presso l'Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti per esaminare il passato e delineare il futuro della Biennale. Partecipano critici, filosofi, artisti di tutto il mondo. È prevista anche una sessione con i direttori delle passate edizioni: Bonito Oliva, Celant, Bonami, Carandente, Clair, De Corrai, Mar-tinez. Tutto a cura di Robert Storr, direttore dell'edizione del 2007. Il titolo del simposio richiama il passato: «Modernità molteplici e Salon globale: dove i mondi si incontrano». Sembra quasi che la Biennale sia ancora un "Salon". Ma è davvero così? Risponde Storr: «No. La Biennale è una grande istituzione che ha la capacità di ridiscutere il proprio ruolo. Con il suo presidente Davide Croff ha iniziato un progetto triennale, che prevedeva anche questo Simposio. Il "Salon" è stato creato dall'Accademia francese nel 1673 per esporre la produzione annuale degli artisti, e persino al suo inizio era un grande avvenimento. Oggi le cose sono diverse, ma molta dell'essenza è rimasta la stessa, compresa la controversia su quello che viene incluso e quello che viene lasciato fuori dalle grandi mostre internazionali. Mi è sembrato naturale usare il termine "salon globale" e, nella misura in cui queste parole sono ancora aperte all'interpretazione, ho pensato che potessero offrire una piattaforma per un'interessante discussione su continuità storiche e cambiamento storico". Venezia ha generato molte manifestazioni simili. È sempre la prima Biennale? «Venezia è la prima, e questa è una cosa di cui può sempre esse-re orgogliosa. Ma con l'età viene il bisogno di esercizio costante e di disciplina, altrimenti si diventa davvero "vecchi". Inoltre una relativa perdita di vitalità diventa ovvia in confronto al vigore della gioventù, a meno che non si faccia uno sforzo in più per fare con energia e in modo superlativo quelle cose sulle quali abbiamo acquisito maestria. Per di più, con il privilegio e gli onori viene la responsabilità di essere autocritici. Gli elementi di forza della Biennale danno ad essa la capacità, ma anche l'obbligo di porre delle domande difficili sulla forma espositiva che ha creato. Non tutti i problemi sollevati dal simposio potranno essere risolti dalla mostra del 2007, e non tutte le domande si concentreranno sui dilemmi che Venezia stessa affronta dal momento che ogni biennale ha una carattere distinto». II ruolo dei padiglioni nazionali quale potrà essere? «A mio parere questo è uno degli aspetti problematici del modello Venezia e noto che San Paolo, che nella creazione della sua biennale aveva incorporato un adattamento dell'idea del padiglione, l'ha ora abbandonato. La difficoltà a Venezia è che i Giardini sono diventati un museo - o un cimitero - di monumenti fantastici ad idee differenti di "nazionalità" in periodi diversi. Gli americani, per esempio, fondano il loro edificio esplicitamente anti-moderno nell'abitazione settecentesca, a Monticello, del loro "padre fondatore", Thomas Jefferson. È uno spazio molto strano - e difficile - in cui esporre arte di tipo innovativo. Ma in fondo tali ironie arricchiscono le mostre a Venezia - essa stessa tessuto di storie e culture diverse - e sono parte della identità unica, non globalizzata di Venezia. Il peggio sarebbe un sobborgo fatto di modernisti "cubi bianchi" che sporgono in laguna». Secondo lei cosa sta accadendo nell'arte contemporanea: c'è una preminenza dei video, dei new media o un ritorno alla pittura? «Tutti i mezzi artistici hanno tradizioni, ad eccezione forse delle pieghe più recenti nel campo della tecnologia digitale. Questo significa che tutte le forme d'arte hanno manifestazioni più o meno tradizionali, più o meno innovative. Significa anche che tutte devono lottare con il peso della loro storia che si accumula rapidamente. La competizione più rigida che ciascun mezzo artistico affronta è con il proprio passato e nonconun altro mezzo. Il "trionfo della pittura" dichiarato a Londra l'anno scorso da Charles Saatchi - un'altra falsa vittoria su un avversario non specificato - è solo un cambiamento di moda guidato dal mercato. C'è sempre buona pittura in giro, e per cinquanta e passa anni c'è stata buona performance, buona installazione, buon film d'avanguardia, e buona video arte, e così via. C'è anche molto cattivo lavoro in tutte le categorie, molto più del buono. Il mio compito è di trovare ciò che è buono a prescindere da dove il "brusio " corrente dica che si trovi - e, se posso, di dare inizio a del "brusio" intorno a quello che trovo». E qual è la sua idea per la Biennale del 2007? «Ho molte idee e ho un titolo, ma il "brusio" di cui ho parlato è anche un "brusio" che mastica tutto quello che viene a contatto con esso. L'unica cosa che posso controllare quando quella masticazione comincia, e non accadrà sino ad appena prima dell'apertura della mostra».