Tengono soltanto le città d'arte, anche se gli ospiti non spendono, e le grandi mostre hanno perso milioni di visitatori Venezia Sono state la cultura e l'arte ad aver salvato, negli ultimi anni, i bilanci del turismo italiano. Anche se la crisi nel nostro Paese morde duramente; e proprio mentre a livello mondiale, al contrario, si registra la crescita maggiore degli ultimi trent'anni (più 10, grazie soprattutto alla Cina e al resto dell'Asia). L'Italia però non è riuscita a intercettare il boom. Complessivamente nel 2004 il fatturato del settore ha registrato nel nostro paese un aumento dell'1.9, largamente inferiore all'inflazione, con 86 miliardi di euro di spesa totale (scendendo dal 5.7 al 5.1 del valore aggiunto nazionale). E il 2005 non sta andando meglio. Alla debacle della montagna (meno 10.9) e del mare (meno 5.5) corrisponde però un incoraggiante più 3.2 delle città d'arte, grazie appuntò ai turisti della cultura, che tra l'altro nei loro viaggi investono molto più degli altri: sono meno di un quarto, però spendono come se fossero più di un terzo. E fra le città d'arte, un vero e proprio exploit riguarda Venezia, con un incremento (2005 sul 2004) del 10.5 negli arrivi e dell'11.25 nelle presenze: «Vuoi dire che sta finalmente aumentando la durata dei soggiorni in città, da uno e mezzo a quasi due giorni», commenta l'assessore al turismo della Provincia di Venezia Danilo Lunardelli, che ieri al Salone dei Beni culturali, che si conclude stasera al Terminal Passeggeri, ha tenuto a battesimo la presentazione del nuovo rapporto annuale sul turismo, in Italia e in provincia. Dati soddisfacenti, dunque, per il Veneziano (più 5 in totale, crescono anche le spiagge, esclusa Jesolo), e abbastanza positivi anche per il Veneto, come ha detto Mara Manente, direttore del Ciset nel 2005 aumenteranno leggermente i 55 milioni di presenze del 2004, mentre il turismo continuerà a contribuire per il 6-7 al Pii regionale, e per il 9 all'occupazione. Ma un'analisi più approfondita dei numeri - emersa nello stesso incontro, e nel contemporaneo convegno sulle mostre d'arte - non consente entusiasmi. Mara Manente ha comunicato, ad esempio, che i turisti arrivano, ma spendono sempre meno (10 miliardi di euro all'anno, in costante calo), penalizzando ristoranti e luoghi a pagamento. E lo studioso Goffredo Silvestri ha confermato che anche la macchina delle esposizioni artistiche rischia di finire in panne: «Certo alla chiusura della stagione ci separano ancora un paio di mesi - specifica - ma la tendenza non consente ottimismi». Anche perché con gli attuali, striminziti 3 milioni e 700mila, siamo lontanissimi non solo dall'anno boom 2001, quando in Italia c'erano stati oltre 7 milioni di visitatori alle 67 mostre oltre quota 30mila, ma anche dalla quota 6 milioni e 225mila su cui si erano assestate le maggiori mostre italiane dopo il crollo post 11 settembre: significa che ad oggi, rispetto al 2005, mancano all'appello oltre due milioni e mezzodì visitatori. Accanto a lui, fra i relatori, c'era quel Marco Goldin che ha piazzato quattro delle sue mostre sugli impressionisti e Monet nella top ten delle esposizioni più visitate dal 2000 a oggi in Italia, messa a punto da Silvestri (una lista in cui, depurata dal traino dei monumenti ospitanti, come il Colosseo, svettano al primo posto i Faraoni di Palazzo Grassi): ma il titolare di Linea d'Ombra ha sorpreso il folto uditorio e i colleghi proponendosi come critico d'arte piuttosto che come organizzatore di eventi, e snobbando gli aspetti quantitativi del suo successo per enfatizzarne piuttosto la qualità delle proposte artistiche. Quello che il convegno ha chiarito, alla fine, è che le grandi mostre arricchiscono la vita culturale del Paese, e aiutano i musei e le città d'arte a rientrare nel giro del turismo; ma anche che esse rischiano ormai di cannibalizzarsi l'un l'altra per eccesso di offerta, e magari di rappresentare anche una palla al piede per le amministrazioni locali, quando siano male organizzate, o concepite dai politici solo per un ritorno di immagine spendibile elettoralmente. Non hanno avuto buona stampa i politici, ieri al Salone: dopo le punzecchiature mattutine, nel pomeriggio sono arrivate le bordate ad alzo zero del professor Salvatore Settis, chiamato da Marino Cortese a parlare del suo ultimo libro "Battaglie senza eroi -I beni culturali tra istituzioni e profitto" (Ed. Electa), con i quattro giornalisti Èva Bensard, Marco Carminati, Paolo Conti e Lidia Panzeri. Il libro, di uno squillante arancione, contiene gli interventi su diversi giornali di quello che è diventato, suo malgrado, un "guru" (come l'ha definito il presidente di Veneziafiere) della lotta per la salvaguardia dei beni culturali. Settis è direttore della Normale di Pisa, ma di suo è soprattutto uno storico dell'arte, esperto di antichità medioevali e di collezionismo. É stato lui stesso a spiegare come sia arrivato - con le competenze (dice lui) di un normale cittadino, lontano (se non ostile) dalla politica - ad essere uno dei testimoni più ascoltati della battaglia contro il disfacimento del nostro patrimonio. «Tra il 1994 e il 1999 sono stato in America - ha raccontato - a dirigere il Getty Research Institute for the History of Art and the Humanities; quando sono tornato ho ritrovato un paese completamente cambiato, in cui la sinistra proponeva meno Stato e cantava le lodi dell'imprenditorialità, e tutti auspicavano la privatizzazione dei musei come panacea per tutti i loro mali. I politici, in particolare, parlavano di queste cose nella totale disinformazione, e nessuno diceva nulla: e poi ne sono arrivati altri, che hanno cominciato a dire che i musei devono pagarsi da soli, ignorando che proprio il privatissimo Getty ottiene da biglietti e merchandising appena il 10 del suo fabbisogno economico: di questo passo dovremmo chiudere le scuole e radere al suolo le chiese, dove si entra senza biglietto. Insomma, mi sono detto, ci dev'essere qualcuno che rilanci il concetto di servizio pubblico, che riprenda a ragionare sulla base dell'interesse dei cittadini e della tutela del patrimonio artistico. Mettermi a scrivere queste cose, invece che del Laocoonte, è stato un impegno civile». Ecco allora le campagne contro le ventilate dismissioni di importanti monumenti, contro la separazione della tutela dei beni artistici dalla loro valorizzazione, contro lo smantellamento (anche per via anagrafica) delle soprintendenze, per il rilancio del senso civico che, solo, può aiutare a conservare quello a cui non possiamo rinunciare. «Peccato che, dei politici - ha concluso Settis, perfidamente bipartisan - nessuno abbia davvero a cuore queste cose». Oggi ultimo giorno del Salone: spazio alle Città d'acqua, al restauro, al formaggio come bene culturale e al tatto, in un laboratorio per bambini e famiglie.