Un accordo molto deludente. Non c'è un modo altrettanto efficace e serio per commentare il mancato trasloco del ministero della Difesa dai locali storici di Palazzo Barberini, in particolare dalla sala del Trono e dal resto dei settecento metri del piano nobile che costituiscono il cuore di quel magnifico edificio. L'unica, vera considerazione è una sola: nessun circuito museale sarà ancora possibile con una frattura così evidente e grossolana. Non si potrà parlare di vera Galleria nazionale di arte antica finché una fetta tanto significativa della sua sede sarà destinata a un compito così lontano dall'arte come l'alta rappresentanza (fissa e non episodica: quei locali saranno perennemente sbarrati al pubblico) di un altro dicastero. Nessun sospetto di antimilitarismo da quattro soldi, sia ben chiaro. Lo stesso discorso varrebbe se ci fossero di mezzo gli Esteri o gli Interni o qualsiasi altro portafoglio. Vale la pena ricordare che il primo accordo tra ministeri per un abbandono completo e incondizionato di palazzo Barberini da parte della Difesa risale al marzo 1994 (governo Ciampi) quando i Beni culturali erano guidati da Alberto Ronchey e alla Difesa c'era Fabio Fabbri. Il Circolo Ufficiali aveva accettato la Casina delle Rose come nuova sede. Nel giugno successivo (governo Berlusconi) Domenico Fisichella ai Beni culturali e Cesare Previti alla Difesa confermarono l'intesa. Nel gennaio 1997 (governo Prodi) i ministri della Difesa Beniamino Andreatta e dei Beni culturali Walter Veltroni individuarono in palazzo Brazzà la soluzione giusta. Ma nessuno aveva mai discusso il principio di fondo: sgombrare palazzo Barberini. Il paradosso del 2005 è che il Circolo Ufficiali si trasferirà davvero a palazzo Brazzà. In più il ministero della Difesa (in più!) potrà disporre dei 700 metri quadrati più prestigiosi dello stabile, sempre e comunque. Non accadrà infatti ciò che era concesso nell'intesa Veltroni-Andreatta, quando si immaginò che una cinquantina di giorni l'anno una parte dei locali di Palazzo Barberini potesse essere utilizzata per quello scopo. È un grande passo indietro, insomma, rispetto ai tempi di Ronchey e agli accordi sottoscritti, via via, da Fisichella, da Veltroni e poi confermati da Giovanna Melandri. Amareggia molto che. in tempi di tagli alla cultura, si assista a un altro tipo di taglio, persino più visibile di quello economico. Cioè la sottrazione di una parte consistente di spazi storici a una Galleria nazionale di arte antica che non riesce ancora a vedere la luce.