ENRICO BELLAVIA LE AUTO corrono intorno al perimetro della Cattedrale. Cercano un cantuccio per una sosta al riparo da vigili e ausiliari. Unica città a non consentirsiillusso di un duomoal riparo dai fumi di scarico, Palermo gioca a scacchi col traffico. Piazza Sett'Angeli tutto sommato resta un'isola, anche con le lamiere. Dalla cortina di case e palazzi non si vede cosa resta lì dietro, dove dal piano del Palazzo Reale si precipita giù per il Capo. Dalla parte opposta, oltre Villa Bonanno, c'è invece l'Albergheria. Depressa e cadente, con ira-di interventi figli dell'ideale prosecuzione di una stecca di case popolari a ridosso ' di via Mongitore. Muri rifatti, accanto a tuguri nella fossa che vide l'orrore dei picciriddi di Ballarò. In mezzo c'è un'Africa minore che qui ha fatto base con tanto di i negozi e ritrovi. È terra di immigrati che il risanamento compiuto sbatterà fuori con il caro case che presto o tardi arriverà. Giù per il Cassaro il risanamento fa i conti I con palazzi antichi e bellissimi di cui resta solo la facciata. La parte alta di corso Vittorio Emanuele è anche un quartiere di scuole, annovera una densità di studenti tra le più alte della I città. Nel ventre del mandamento Palazzo Reale, in via dell'Origlione, c'è la media Verga, la scuola dei figli degli immigrati. Dalla parte opposta, strette in un quadrilatero angusto, altre scuole a caccia di aule e spazi. C e il liceo classico Vittorio Emanuele, con due sedi e quasi 1.500 alunni, e c'è il socio-psicopedagogico Regina Margherita, con una popolazione scolastica equivalente. Il liceo scientifico Benedetto Croce, con un altro migliaio di studenti, l'istituto tecnico per geometri Parlatore, allineato a quelle cifre. Tutti gli edifici, in qualche modo, sono alle prese con interventi necessari e urgenti di restauro. Chi sta largo è il vicino Convitto nazionale, che tuttavia fa spallucce alle richieste del Vittorio Emanuele di un prestito di aule. Neppure una palestra da queste parti. L'idea di una tensostruttura in un'area in mezzo ai ruderi, e ce ne sono tanti, si è presa un no secco della Soprintendenza. Poi c'è la Biblioteca regionale: conta un flusso di almeno 300 persone al giorno, tra dipendenti e utenti. Le botteghe a servizio di un'utenza così si contano sulle dita di una mano e in gran parte sono anche lontane. Il tessuto commerciale è fatto di librerie, antichi cappellifici, negozi di souvenir e articoli militari. C'è anche qualche negozio storico, come Romano, uno dei venti tra i primi a fregiarsi del titolo. Proprio di fronte alla Cattedrale c'è invece uno dei primi palazzi recuperati. È Palazzo Asmundo. Lo ristrutturarono quando ancora non c'era il Ppe, il piano particolareggiato esecutivo di Benevolo, Cervellati e Insolera. Il progetto è dell'architetto Fausto Provenzano, fratello di Giuseppe, l'ex presidente della Regione: ha messo la propria firma su una decina di progetti del genere e da ultimo sta seguendo il restauro dell'ex edificio della Sicilcassa in piazza Borsa, destinato a diventare albergo, con relativa variante urbanistica concessa dal Comune ai Di Giovanni, i proprietari dell'hotel La Torre. Gli inquilini di Palazzo Asmundo sono l'emblema di ciò che Provenzano chiama «i nuovi utenti» della città: quei professionisti, spesso singoli a caccia di mono e bilocali, tipologie tra le più appetibili. Di Provenzano, architetto delle operazioni immobiliari di Claudio Sarno e Marco Patti, quest'ultimo coinvolto e scagionato da un sospetto di mafia, socio in affari della crème della città, il progetto di Palazzo Trinacria al Foro Italico e la ristrutturazione dell'albergo Sole in corso Vittorio: 516 mila euro con i fondi del Prusst, nel 2003,più60milaperun'area a verde e un parcheggio. Palazzo Asmundo è quel che avrebbe potuto essere il centro storico. Intatto fuori, rifatto dentro, con soppalchi e nuove geometrie al posto dei vecchi saloni. Roba da far gridare allo scandalo e pigiare decisi il tasto del rigore. Che però, è innegabile, ha appesantito il passo al risanamento in nome del ripristino filologico. Spalle alla Cattedrale, pochi passi in via del Protonotaro, per scoprire che cade a pezzi Palazzo Pape di Valdina, il cui corpo arriva sin quasi a piazza Origlione. Nel Piano programma del centro storico, il padre del Ppe mai diventato un vero strumento urbanistico, si immaginava la ricostruzione. In realtà restano solo la facciata e il piano terra che ospita un bar. Più in giù, lungo corso Vittorio e' è Palazzo Cesarò, sta tra le vie del Giusino e Monteverrini. Dai bombardamenti del '43 restano solo la facciata e una prima campata. Eppure la congregazione delle Collegine si è assicurata unafetta del Por gestito dalla Regione: 602 mila euro. Una goccia nel mare. Su Palazzo Cesarò aveva messo gli occhi il liceo Vittorio Emanuele, poi anche la Biblioteca comunale. Non se ne fece nulla. Qui non è solo questione di proprietà frazionata ma anche del sovrapporsi di competenze su beni che in parte sono ancora in mani di religiosi. Succede in via Maqueda, per la famigerata area di discesa dei Giovenchi, l'area del progetto Quaroni. Tramontata l'idea di un palazzone, esplorata la possibilità di ridurne i volumi, è ancora lì monumento di rovi e topi. O come l'edificio di via del Pellegrino, dietro via Matteo Bonello. Nelle intenzioni, sede del museo del tesoro della Cattedrale. Nella realtà puntellato da anni coni vecchi abitanti finiti chissà dove. Per Palazzo Cesarò a maggio di due anni fa è stata anche una gara da 380 mila euro. Come un sipario, il palazzo ha dietro solo ruderi. Confinano con un'ala del complesso monumentale di Montevergini che il Comune ha restaurato e destinato a spazio teatrale. Bellissimo. Un contenitore enorme da destinare, anche questo, ad attività culturali. Oppure a un nuovo oblio. Totò Abbate, operaio Gesip, mitica chioccia dello Spasimo, avverte proprio questo rischio. Più giù c'è Palazzo Riso, recuperato come museo. Ma sembra schiacciato dalle rovine. Caso a parte Palazzo Geraci, tra via Montevergini e Palazzo puntellato perii rischio di crolli. Prima del Ppeci avevano messo gli occhi alcuni costruttori catanesi. Poi c'è Palazzo Gulì, i cui lavori per un milione e 719 mila euro, consegnati due anni fa, sono in corso. Era il quartier generale degli omonimi pasticcieri, almeno fino alla guerra. Dopo, solo macerie. Nel 1993 finì in mano pubblica.