Una recentissima ricerca internazionale di FutureBrand - che raccoglie le opinioni degli operatori, degli esperti e dei fruitori del turismo planetario - ci dice che, per richiamo turistico, il Marchio Italia è ancora primo nel mondoper due segmenti: l'arte e la storia. Mentre sta ormai fra il 10 e il 15 posto per la natura ed è scivolato al di sotto del 15 per le spiagge. È lampante quindi che laddove (natura e spiagge) si è molto distrutto, cementificato e asfaltato, l'Italia è diventata assai meno attraente e dove invece, nonostante tutto, si è conservata la «materia prima », essa ha mantenuto una sua seduzione di massa. Merito del settore pubblico, dello Stato e dei suoi tanto bistrattati tecnici in primo luogo. Noncertamente della grande massa dei privati.E però il ministro Rocco Buttiglione si ostina a perseguire, nella gestione dei beni culturali, un «modello misto pubblico-privato» attraverso «ragionevoli liberalizzazioni», per esempio attraverso lo strumento delle Fondazioni. L'onorevole ministro, mentalmente, continua a scindere - come faceva, in modo sciagurato, il TitoloV della Costituzione voluto dal centrosinistra, a maggioranza - la valorizzazione dalla tutela. Come se la conservazione accurata del patrimonio storico-artistico e di quello paesistico-ambientale, strettamente integrati, fosse cosa diversa dalla sua valorizzazione e quest'ultima toccasse essenzialmente ai privati realizzarla. Del resto, lo si è toccato con mano alla Scala: appena i soci privati ci hanno messo qualche euro, hanno preteso di dettare loro la linea culturale e gestionale, mentre il nuovo soprintendente Stephan Lissner già reclama per il massimo teatro italiano il ritorno all'ente pubblico, sia pure nel quadro di una logica imprenditoriale. Quindi, bisogna stare attentissimi a non indebolire sia la presenza pubblica sia il ruolo tecnico-scientifico dei Soprintendenti. Che invece il predecessore di Buttiglione ha snervato e frustrato come mai era avvenuto, probabilmente pensando di privatizzare i Musei più importanti, quelli che, secondo certuni, possono «rendere», dare profitti. Poco informato l'allora ministro Giuliano Urbani il quale non sapeva che ilGrand Louvre, con l'imponente apparato di servizi commerciali messo in piedi, ricava da quelle «entrate proprie» meno del 20 del totale (il restante 80 sono denari pubblici).Né sapeva che le «entrate proprie» del Metropolitan Museum non raggiungono il 50 della parte attiva. Il resto, anche lì, è denaro pubblico, o sono donazioni. Dal ministero retto ora da Buttiglione arriva qualche notizia (era ora!) non negativa: è stata evitata alle monete antiche una riduzione della tutela; si è rimesso nel cassetto quel silenzio-assenso dopo 120 giorni nella vendita di beni culturali pubblici che tante proteste (il ministero li chiama «equivoci ») aveva suscitato da parte delle associazioni e delle opposizioni. Tuttavia lo stato generale del ministero rimane dei più gravi e grandissimo il disagio dei suoi operatori. Il disastro dei beni culturali e ambientali provocato dalla gestione Urbani si riassume del resto in poche cifre: su 66 soprintendenze territoriali, ben 27, cioè il 41 per cento, risultano vacanti, mentre 5 sono a contratto esterno. L'idea che circola è quella di continuare a non fare concorsi veri, rigorosi, proseguendo nella pratica dequalificante delle promozioni interne, dopo corsi di formazione assai modesti, ed inserendo, magari, gli esterni nei ruoli del ministero. Giustamente, nella recente Giornata di protesta sui beni culturali (organizzata dal Comitato per la Bellezza e dalla «Bianchi Bandinelli»), Irene Berlingò, responsabile dell'Assotecnici, ha denunciato come si tenda sempre più a creare Soprintendenze uniche e quindi a «regionalizzare», di fatto, la rete della tutela. Il modello?La Regione Sicilia. Dove però ne stanno succedendo di tutti i colori, con scambi di ruoli che ignorano ogni competenza acquisita negli studi e sul campo: funzionari amministrativi al Museo Archeologico Eoliano, un archeologo, invece, alla Biblioteca di Catania, un architetto, per contro, all'Archeologico di Palermo, il più antico museo dell'Isola, e un altro al Museo Storico- artistico Bellomo di Siracusa. Qui la politica è entrata con le scarpe e tutto nella gestione e nella tutela dei beni culturali, e i risultati, disastrosi, sono sotto gli occhi di tutti. Se questo è il modello, povero patrimonio culturale della Nazione. Del resto, al vertice del Ministero romano, un dirigente storico delle Biblioteche come Francesco Sicilia è stato dirottato al Paesaggio e a capo delle 17 direzioni regionali sopravvivono un solo storico dell'arte e un isolato archeologo.Due specie in estinzione. Gli altri sono architetti o amministrativi. Anche qui, naturalmente, molti risultano i reggenti, ben 6 su 17. Ma l'intera dirigenza dei Beni culturali sta al di sopra, mediamente, dei 50 anni. Senza concorsi seri, si va vero l'estinzione, comunque ad un sicuro declassamento. Contanti saluti alla «materia prima» ArteStoria che fa ancora grande il Marchio Italia nel mondo. Un suicidio anche sul piano strettamente economico. Ma questa irresponsabile classe di governo che pure porta in allegria il Paese alla «devolution » (70 miliardi di euro di costo), al vertice dei Beni culturali ha pensato bene di aumentare fino a 47 i direttori generali centrali che con Spadolini era 3 e con Veltroni eMelandri 7-8. La situazione è pure nera, nerissima anzi, all'Ambiente dove più che il ministro Altero Matteoli comanda, in realtà, il capo di gabinetto Paolo Togni il quale cumula almeno 5 incarichi. Sempre nella Giornata di Protesta sui Beni culturali e ambientali, il segretario generale aggiunto delWwf, Gaetano Benedetto, ha dipinto questo affresco a tinte fosche: l'attuale maggioranza di governo o non applica le direttive Ue o le attua «in salsa italiana ». La pianificazione di area vasta non esiste più. Il Piano nazionale dei trasporti (governo Amato) è stato buttato via. Siamo sotto infrazione europea, oltre che per il Ponte sullo Stretto, anche per la legge sulle acque, con la direttivaUe in materia inapplicata. La legge delega per l'ambiente (ormai incombente), passata alle Camere soltanto per un veloce parere, farà disastri a raffica. Sui rifiuti abbiamo abbassato la soglia delle salvaguardie in modo decisamente pericoloso. Per l'energia il governo ha chiesto nuove centrali a tutto spiano (promosse col decreto Marzano), ma non ha ancora detto di quanta energia abbia bisogno il Paese. Quindi, non essendoci obiettivi, non esiste una politica per il risparmio energetico, né per le fonti rinnovabili alternative. L'Enel punta al carbone e si riparla di nucleare. «Siamo dunque in rotta di collisione col protocollo di Kyoto», ha sottolineato Benedetto. Il quale ha aggiunto altre pennellate in nero: i tagli ai fondi per i Parchi sono stati continui e pesanti; le nomine alla guida dei medesimi sono state di basso profilo e rigorosamente politiche, anzi partitiche. Infine, le associazioni ambientaliste riconosciute dal ministero sono balzate da 28 a 57. Miracoli dell'ambientalismo? No, del clientelismo politico. Da dove ripartire? Dall'articolo 9 della Costituzione (finché c'è) e dalle direttive dell'Unione Europea in materia ambientale. Per ricostruire Testi Unici, leggi, prassi di governo, dirigenze tecniche, autonome e preparate, all'altezza del Bel Paese. Quello del Marchio Italia, fra le altre cose.
l'Unità
3 Dicembre 2005
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Vittorio Emiliani
l'Unità
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Bene culturale
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