IL MIRACOLO. Nel volume polemiche, misteri e contraddizioni della monumentale ristrutturazione. Immagini inedite della torre scenica e della meccanica del palcoscenico A leggere il libro «La Magnifica Fabbrica, Il teatro della Scala» (Electa Mondadori, a cura di Carla Di Francesco, sovrintendente regionale ai beni architettonici) viene subito da pensare, "peccato che non l'abbiano pubblicato prima". Molte delle polemiche (senza citare qui i ricorsi al Tar) che hanno accompagnato il restauro e la ristrutturazione del Piermarini non sarebbero forse nate o avrebbero trovato un fertile terreno di scontro. Qui, finalmente si può leggere il pensiero di Mario Botta, l'architetto svizzero che ha progettato un pezzo di Scala del tutto nuovo, e che confessa in un colloquio raccolto da Bruno Pedretti, di aver vissuto il suo lavoro come «un'espiazione», un lavoro che in quanto moderno, doveva scontare la colpa di non essere l'autentico. Non a caso, tutti gli interventi più forti che hanno cambiato la fisionomia soprattutto del lato sud della Scala, sono riusciti a passare nella comprensione dei milanesi e del popolo del teatro, come esigenze di «sicurezza», (una parola chiave con cui a Milano di questi tempi si spiega tutto). Botta ammétte, ora, a distanza di un anno dall'inaugurazione della Scala restaurata, che tutto poteva essere legittimato grazie ai vigili del fuoco: «Le necessità della sicurezza, oltre a quelle della macchina scenica cui oggi si chiedono prestazioni di virtuosismo tecnico impensabili anche solo pochi decenni fa, facevano entrare dalla porta di servizio una liceità del contemporaneo cui era bandito l'ingresso dal portico principale». Sfogliando le pagine di questo volume dove sono raccolte le fotografie dell'interno del teatro, dell'esterno, ma in misura maggiore immagini e disegni della torre scenica, con la presentazione dei dettagli della meccanica del palcoscenico, fatta di tiri elettrici, argani, ponte luci del boccascena e piani mobili per la fossa d'orchestra, si ha la netta impressione di essere entrati nel retroscena di quella che già Pietro Verri aveva definito nel 1778 «la magnifica fabbrica» in una lettera al fratello Alessandro. Una fabbrica che custodisce il «genio», come scrive nella prefazione il nuovo sovrintendente del teatro, il francese Stéphane Lissner, quest'anno alla sua prima Prima. In poche righe, da innamorato che sa che non potrà mai avere la sua amata, scrive che «questo genio non ci appartiene». L'unica cosa che è possibile fare è «consacrarsi al suo servizio». Resta, dunque, anche dopo aver visto i bozzetti, le fotografie, i disegni preparatori, anche dopo aver letto le considerazioni sul restauro degli interni spiegati da Elisabetta Fabbri, l'architetto responsabile, sulla cura con cui la sala è stata restituita alla sua grandiosa luminosità, resta netta l'impressione che la Scala conservi il suo mistero, di teatro simbolo e cuore della città. Un «tempio laico della città», nello spirito asburgico di Maria Teresa, sotto il cui impero è nato il teatro alla Scala. Una sacralità che imprime alle sale, n i corridoi, ai palchi, al foyer, ai ridotti, alle quinte, fino al "golfo mistico" (altro nome per dire buca dell'orchestra), e ancora su alle gallerie e al loggione, il suo fascino, a cui, non ci si sottrae. Per questo motivo, quest'anno, dopo le dimissioni sia dalla Filarmonica che dal consiglio d'amministrazione del teatro, Fedele Gonfalonieri presenzierà alla Prima, assisterà all'Idomeneo di Mozart, anche se sul podio invece di esserci il maestro Riccardo Muti ci sarà un giovane e già affermato direttore d'orchestra Daniel Ilarding. Invitato da Lissner in persona, Gonfalonieri ha detto: «La Prima è sempre la Prima». E la Scala è sempre la Scala.
Una colpa restaurare la Scala
Il libro "La Magnifica Fabbrica" esplora le polemiche e le contraddizioni del restauro della Scala. L'architetto Mario Botta confessa di aver vissuto il suo lavoro come un'espiazione per non essere stato l'autentico progettista. Il volume contiene immagini inedite della torre scenica e della meccanica del palcoscenico. L'autore, Stéphane Lissner, scrive che il genio della Scala non appartiene a nessuno, ma è possibile consacrarsi al suo servizio. Il restauro degli interni è stato curato con cura, e la Scala conserva il suo mistero e il suo fascino.
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