Roma. Toma a salire il debito pubblico e torna d'attualità l'idea di abbatterlo utilizzando il patrimonio dello Stato. La suggestione è stata rilanciata nei giorni scorsi dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si tratterebbe di creare una superholding, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, alla quale conferire un po' di tutto -immobìli e foreste, spiagge e caserme, i crediti, le partecipazioni societarie - attingendo sia al patrimonio dello Stato centrale sia a quello dei governi locali collocando poi sul mercato le quote della nuova società e finalizzando il ricavato all'abbattimento del debito. Gli osservatori più attenti concordano sul fatto che proprio il debito, tornato a crescere dopo dieci anni, giunto ormai alla soglia del 110 per cento, sarà il problema principale della prossima legislatura: destinato, secondo alcuni, a scalzare dal tavolo le discussioni sul deficit che hanno tenuto banco negli ultimi anni. Di questo è consapevole anche il centrosinistra. Rispetto all'ipotesi Tremonti, non c'è entusiasmo: ma, almeno ufficiosamente, la strada indicata dal ministro, a parte il "niet" quasi pavloviano di Vincenzo Visco, non viene bocciata a prescindere. Il problema del debito sarà tale anche per un governo unionista, soprattutto con la risalita dei tassi d'interesse. Sta di fatto che in alcuni dei posti chiave per quella che potrebbe essere l'operazione che caratterizzerà i prossimi cinque anni di governo - di qualunque colore - siedono personaggi non sgraditi, o stimati anche a sinistra: da Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, al quale spetta il compito di studiare tecnicamente la fattibilità del progetto, a Elisabetta Spitz, potente direttore del Demanio, per le cui mani passa il destino di immobili e terreni di proprietà pubblica, fino allo stesso Massimo Ponzellini, attuale guida di Patrimonio spa, da sempre legato a Romano Prodi (nonostante qualche recente ruggine). Tra i decisamente favorevoli all'ipotesi della superholding stanno, in prima fila, i principali poteri economici e finanziari del paese, ai quali spetterebbe affiancare il governo nella realizzazione dell'operazione; sia come investitori istituzionali (assicurazioni, fondazioni, fondi pensioni, banche italiane ed estere), che come gestori del collocamento (le banche). Immettere sul mercato titoli per importi pari a 30 o 40 miliardi di euro l'anno significa, per le banche, incassare commissioni tra lo 0,6 e il 2 per cento. Un affare niente male, superiore perfino ai potenziali guadagni che potrebbero realizzare gli immobiliaristi mediante operazioni di compravendita del patrimonio pubblico. Per questo, anche se nel merito una parte della comunità finanziaria guarda all'operazione con sufficienza (c'è un fattore scatole cinesi che non convince), di sicuro non saranno i poteri forti ad opporvisi. Tra i decisamente contrari, invece, ci sono gli enti locali, fermamente intenzionati ad evitare che i propri asset vengano spostati nella nuova società. In loro difesa è sceso in campo Roberto Maroni, ribadendo che l'eventuale decisione di alienare il patrimonio dei governi locali non spetta certo al governo centrale. Qualcuno osserva che probabilmente, lo sbarramento di Maroni andrebbe letto anche in chiave di ripicca per la freddezza del collega Tremonti nei confronti della riforma del Tfr, rinviata al 2008 con disappunto del ministro del Welfare. Nella maggioranza, comunque, il tema delle superprivatizzazioni tocca altri nervi scoperti, soprattutto per quanto concerne la cessione di pezzi importanti del patrimonio demaniale, caserme in testa; in occasione del recente rimpasto di governo, l'Udc aveva fatto forti pressioni perché la delega sul demanio passasse dalle mani del sottosegretario Maria Teresa Armosino, di Forza Italia, a quelle di Michele Vietti, esponente dello stesso partito di Casini e Follini (il quale è anche il consorte della signora Spitz). Alla fine, il braccio di ferro è stato vinto dalla Armosino, che tuttavia deve ogni giorno combattere la sua battaglia contro l'attivismo della responsabile del Demanio: desiderosa, si dice, di sempre maggiore autonomia nella gestione del patrimonio pubblico.