Nel XXI secolo, i Beni culturali sembrano un Ministero dell'Ottocento: pressoché privi di specializzazioni oggi irrinunciabili. Ed anche in quelle, diciamo così, più "storiche" e tradizionali, i vuoti d'organico sono troppi, per permettergli di funzionare come dovrebbe; in più, è problematica perfino la distribuzióne territoriale delle singole persone: quale Regione ne ha troppe, quale invece troppo poche. Così, oltre ai gravi problemi delle risorse economiche (come abbiamo visto, quelle per far funzionare i 420 musei dello Stato, e le soprintendenze cui fanno capo, si sono dimezzate negli ultimi quattro anni), il Ministero incaricato di provvedere alla principale Azienda italiana, la "Leonardo, Michelangelo, Raffaello Co", si trova alle prese anche con rilevanti disfunzioni nella sua struttura. Mancano un quarto dei custodi previsti; almeno una trentina d'architetti, oltre 100 archeologi dei nemmeno 500 presenti nell'organico, ma anche 189 archivisti dei 959 che, sulla carta, dovrebbero esserci, e ben 668 persone nei ranghi amministrativi. Ma, soprattutto, la figura del "manager" culturale non è neppure contemplata; e degli appena 57 informatici che dovrebbero essere sparpagliati sull'intero territorio nazionale, ne risultano in servizio soltanto 17; nemmeno un addetto ai computer per ciascuna Regione. E uno statistico dei due previsti in tutt'Italia; un geologo, invece di sei; un fisico, invece di cinque; tre chimici in tutto, anziché i 12 contemplati. Non male, per un Ministero che il fondatore Giovanni Spadolini indicava (nel 1974) come «di natura tecnica e scientifica». «Però questo è ancora niente», dice Antonio Paolucci, il soprintendente di Firenze che è stato anche ministro nel Governo Dini: «ad esempio, parliamo dell'invecchiamento dell'amrninistrazione: sono anni che non si fanno concorsi; l'ultimo, pochi posti, oltre quattro anni fa; il precedente forse due decenni or sono»; l'archeologa Irene Berlingò, al vertice di Assotecnici, che è l'organismo dei funzionari tecnico-scientifici, spiega: «L'età media d'un funzionario è attorno ai 50 anni; ma in svariate soprintendenze il più giovane ne ha 55. Persone spesso frustrate, perchè da tempo attendono riconoscimenti che non ricevono»; e dice ancora Paolucci: «Un'azienda con i quadri tanto agés è inevitabilmente obsoleta». «Cinquantenni? Avercene», sospira Nicola Spinosa, la "vestale" dei musei napoletani: «A me mancano del tutto gli architetti, i geometri, gli informatici; nel senso che, per i cinque musei di cui mi occupo, non ne ho nessuno; e ho appena metà dei custodi: 300 su 620 previsti dall'organico); per non dire poi dei fondi, con cui pagare acqua, luce, gas», si potrebbero fare dei discorsi àncora più seri: Paolucci parla, ad esempio, della «pressione difforme del turismo, per cui parti d'Italia rischiano un collasso da ictus, e in altre arrivano solo pochi eruditi»; ma forse, è meglio ritornare all'organico. Perché non solo risulta scoperto per un buon 31 per cento (7.918 posti vacanti, dice la Uil, su 25.175 assegnati), ma viene anche riempito come a "macchia di leopardo". Talora è assai carente il numero delle persone al lavoro; invece, talaltra eccessivamente sovrabbondante. Frutto delle preferenze per il Mezzogiorno, che un po' tutti gli statali, massimamente ivi reclutati, palesano e cercano di soddisfare; ma anche dei sedimenti d'antiche leggi, come quella sui giovani, disoccupati, che ha beneficato alcune zone d'Italia. In Liguria, mancano 50 custodi su 190 (più d'un quarto); in Lombardia, 187 su 440 (il 42,5 per cento); in Sardegna, 78 su 248 (il 31,5 per cento); nel Veneto, 106 di 397 previsti (il 26,7 per cento); in Piemonte, 126 su 373 (circa un terzo in meno). Però, dei 164 archivisti assegnati al Lazio, solo 114 sono davvero esistenti; e in Lombardia sono 19, mentre dovrebbero essere invece 40. Le carenze colpiscono tutti i diversi settori, nessuno escluso. Ad esempio, prendiamo gli archeologi: in Campania, 46 invece che 72; in Basilicata, 9 invece di 17; in Puglia, 24 invece di 40 (ma manca anche la metà dei 20 architetti che sono in organico). Il Molise non ha nemmeno uno storico dell'arte: nessuno; ma in compenso, possiede 67 archivisti al posto dei 28 previsti. Non è la sola eccedenza: l'Abruzzo dovrebbe avere 13 architetti; ma ne risultano in servizio 33: cioè più del doppio. E anche gli 11 storici dell'arte previsti nelle tre sedi abruzzesi, in realtà sono invece 45: ovvero un terzo di quelli che lavorano nell'intero Lazio (Roma compresa), tre volte tanto quelli all'opera in tuttala Liguria. E se dall'Abruzzo, qualcuno vennisse trasferito in Toscana, dove ci sono 39 architetti in servizio, mentre dovrebbero essere 64? «Ormai, quando si bandiranno finalmente questi benedetti concorsi», dice Irene Berlingò, «avremo saltato almeno una generazione; e la trasmissione del sapere avviene anche con l'esempio, con un passaggio diretto, con l'esperienza che si tramanda. Credo che da almeno dieci anni non sia indetto un concorso per soprintendente; in compenso, da cinque, i direttori generali, sono diventati, tra centro e periferia, quasi cinquanta; mentre gli incarichi riservati ai tecnici, sempre più spesso sono assunti da architetti o da personale amministrativo». Esistono, poi, anche dei casi specifici, del tutto singolari. E' stata ricostituita, dopo che era sparita, la soprintendenza ai Beni artistici e storici del Lazio. Ma Rossel-la Vodret, che ne è stata officiata, ha trovato soltanto precaria ospitalità a Palazzo Venezia: tre stanze e basta; e si accontenta di 15 persone in tutto, perché le altre non saprebbe fisicamente dove collocarle. Come stupirsi se una "macchina" del genere si dimostra poi ben poco efficiente? Il ministero dei Beni culturali è in vetta alla graduatoria, dei residui passivi, fondi che non riesce a spendere; il più grande edificio, forse di tutta la penisola, l'immenso Albergo dei Poveri di Napoli, progetto settecentesco di Francesco Fuga, è diroccato più o meno da che la guerra è finita; a Firenze, i "grandi Uffizi" non sono ancora nati («e oggi, chissà se li faremmo così: è un progetto che nasce già vecchio», dice Paolucci), e se ne parla, ormai, da tempi infiniti: «La prima idea», dice il soprintendente, «fu di Carlo Ludovico Ragghianti». Che era sottosegretario ai Beni culturali e Spettacolo (dipendeva dal ministro alla Pubblica istruzione Vincenzo Arangio Ruiz), nel I Governo Pani, rimasto in carica 156 giorni, dal 21 giugno al 24 novembre 1945. Davvero altri tempi.