«Recentemente, ero stato cinque volte in Irak, e tre al museo di Bagdad, ormai devastato: cosa sia stato portato via, non lo sa nessuno; tutti i contatti con gli archeologi e i funzionari iracheni sono interrotti; a Parigi, nessuno dei 30 esperti di vari Paesi convocati dall'Unesco possedeva alcuna informazione»; «ma oltre a Bagdad, mi spaventa quanto può essere successo al Nord e al Sud, dove anche il nostro Paese aveva già in corso importantissimi progetti»; «della prima task-force italiana che, con scopi umanitari, partirà per l'Irak, dovrà fare parte anche un nucleo di archeologi e di carabinieri dello speciale Comando per la tutela del patrimonio artistico: il ministro Urbani l'ha già chiesto a Berlusconi, con una sua lettera»; «avevamo pressoché deciso una mostra a Roma, Scuderie del Quirinale, degli stupendi gioielli delle principesse di Nimrud, trovati nelle tombe vicino a Mossul, cioé l'antica Ninive; e proprio a Ninive, un intervento italiano avrebbe salvato i bassorilievi del re Sennacherib, splendidi, in alabastro, sulle cui superfici, a luglio, l'Istituto centrale del restauro di Roma ha misurato una temperatura di 64 gradi: una copertura e un impianto per drenare le acque, 700 mila euro, progetto del soprintendente di Roma Ruggero Martines, e, sponsor l'Acea, l'illuminazione a luce radente di quei rilievi»: Giuseppe Proietti, 58 anni, direttore generale dell'archeologia al ministero per i Beni e le Attività culturali e lui stesso archeologo, racconta il suo Iraq; e spiega come l'Unesco vuole procedere, e come il nostro Paese può, e forse deve, urgentemente intervenire. Nelle ultime settimane, Proietti ha guardato molto la tv: ogni sera, per lunghe ore, a lavoro finito. «Ho riconosciuto le sale dedicate a Hatra, l'unico sito irakeno già inserito nel patrimonio mondiale dell'Unesco: devastate. E a Parigi, nella riunione dell'Unesco, si sono sparse voci inquietanti: danni nel seminterrato, che conserva le grandi sculture dei re assiri; sembra anche un'irruzione nei magazzini, ma senza forzare la porta: usando le chiavi. Forse, il saccheggio era preordinato». Del resto, fuori, ad aspettare, ci sarebbero stati perfino dei camion. In mancanza di notizie precise, si rincorrono le voci: «Secondo Mc Guire Gibson, un archeologo dell'Università di Chicago che lavora in Irak dagli anni 70 e che era anche al summit Unesco di Parigi, sarebbero state asportate, o distrutte molte, se non tutte, delle 80 mila tavolette cuneiformi del museo; come le teste della grande statua di Sargon di Akkad, trovata negli anni 30 a Ninive, l'unica presunta raffigurazione di quell'immenso sovrano, e quella, celebre, di calcare scavata a Uruk», spiega Paolo Matthiae, preside alla Sapienza e scopritore di Ebla: «Se così fosse, ha ragione Donny George, un cattolico che è tra i massimi conservatori a Bagdad, a parlare di "crimine del secolo", per la gravità assoluta di quanto è accaduto». Il "vertice" Unesco di Parigi ha partorito un documento, spiega Proietti, «chiarissimo e assai deciso»: un richiamo «alto e fermo alla responsabilità delle forze occupanti per ciò che è accaduto»; la richiesta di «una ricognizione il più possibile sollecita per l'intero patrimonio artistico iracheno»; un appello al segretario generale dell'Onu perché siano stabiliti divieti assoluti al commercio dei reperti. «Si potrebbe perfino creare una sorta di polizia per l'arte: quando ho visitato il museo, tutte le tre volte l'ho trovato presidiato da militari armati; l'Egitto ha una polizia per le antichità, con una fascia al braccio che la qualifica», racconta. E poi, racconta del Centro Scavi di Torino, voluto da Giorgio Gullini, che opera in Irak dal 1964: tanto che il suo direttore scientifico, Roberto Parapetti, era a Parigi, su invito dell'Unesco, insieme a Proietti stesso. L'indomito Gullini, 80 anni ad agosto e il bisogno di dialisi continue, è già pronto a partire, anche se non gli sarà parmesso per le attuali condizioni sanitarie del luogo. «Siamo l'unico Paese che operi in Irak su base paritetica: l'Istituto Archeologico italo-irakeno è emanazione di quello di Torino. Nell'ultimo mio viaggio, a gennaio scorso, l'atmosfera era tristissima; al museo, stavano già stipando i reperti nelle casse, per proteggerli. Eppure, era partito un progetto per raddoppiare quel museo: a febbraio 2002, il ministro per la cultura Hammadi era venuto a Roma, ed aveva incontrato anche il ministro Urbani. Lo avevo accompagnato a Villa Giulia, al museo etrusco: e sulle lamine di Pyrgi, aveva riconosciuto i caratteri punici; l'Italia era stata invitata a partecipare al raddoppio del museo: per dare vita a una vera e propria "città della cultura"», continua Proietti. Poi, l'accordo per una importantissima mostra («all'inizio, nicchiavano; il timore che l'embargo impedisse il ritorno dei reperti: hanno cambiato idea dopo aver le garanzie dello Stato italiano»); infine, il restauro dei bassorilievi. «A luglio, siamo tornati, con cinque esperti dell'Istituto per il restauro, l'architetto Martines, sei bauli di sofisticate apparecchiature. Abbiamo fotografato quei reperti; eseguito il rilievo stereofotogrammetrico; compiuta la mappatura dei necessari restauri. Mesi dopo, vedendoli, gli iracheni non credevano ai loro occhi». E adesso? «Credo che solo l'Italia possieda un corpo di funzionari in grado di intervenire e carabinieri specializzati in arte. Bisogna subito tamponare, vigilare ogni sito e museo, e poi ricostruire; ma, intanto, impedire anche i commerci clandestini» conclude Proietti.
Una task-force per ritrovare i tesori rubati
L'autore ha visitato il museo di Bagdad, devastato, e ha parlato con l'archeologo Giuseppe Proietti, direttore generale dell'archeologia al ministero per i Beni e le Attività culturali. Proietti ha descritto le condizioni del museo e ha parlato della gravità del saccheggio di reperti. Ha anche parlato della richiesta dell'Unesco di una ricognizione per l'intero patrimonio artistico iracheno e di un appello al segretario generale dell'Onu per stabilire divieti assoluti al commercio dei reperti. Proietti ha anche parlato della necessità di tamponare e vigilare i siti e i musei, e di ricostruire il patrimonio artistico iracheno.
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