Una notizia buona e una cattiva sul fronte dei tagli alla cultura. Quella buona è che il ministro per l'Economia Giulio Tremonti ha firmato, il 17 novembre scorso, un decreto con cui si sbloccano i fondi destinati per legge (53496), ogni anno, ad oltre 80 istituti iscritti all'Associazione delle istituzioni culturali italiane (Aici). Istituti e fondazioni, senza scopo di lucro, che per tutto il 2005 dallo Stato non hanno ricevuto fino a oggi neanche un centesimo. E che prevalentemente con quei soldi dello Stato campano. «Finalmente, quasi fuori tempo massimo, e dopo un pressing quotidiano, stiamo firmando i mandati di pagamento», tira un sospiro di sollievo il direttore generale dei Beni Culturali Luciano Scala. Si tratta, per citare fra i tanti che hanno sede a Roma, di capisaldi della storia culturale italiana: Istituto Gramsci, Fondazione Spirito, Istituto nazionale di Studi Romani, Istituto Sturzo, Fondazione Lelio Basso... L'altra notizia invece, quella brutta, è che molti di questi istituti non ce l'hanno comunque fatta a trascorrere indenni, senza quei soldi che dovevano arrivare mesi addietro, l'intero anno ormai trascorso. E a mali estremi stanno per rimediare, come da proverbio, con estremi rimedi. E' appunto il caso della prestigiosa Fondazione Lelio e Lisli Basso, che comunque per sua fortuna ha una sede di proprietà, l'ex casa di Lelio, uno dei padri della sinistra, deputato fin dalla Costituente, raffinato bibliofilo, intellettuale e senatore. Per sopperire alla grave mancanza di finanziamenti (secondo l'ultima tabella triennale spetterebbero all'Istituto 220 mila euro, ridotti poi a 180, con cui pagare luce, personale, attività culturali, garantendo anche l'apertura di un'importante biblioteca) i responsabili della Fondazione hanno dunque organizzato una singolare «mostra», che è in realtà un modo di rimboccarsi le maniche tentando di far fronte, con aiuti privati, al ritardo di quelli pubblici. La storia comincia con una preziosa collezione di mappe storiche della città di Roma dal Sette al Novecento. Trenta pregevoli pezzi tra cui «La topografia di Roma» di Nolli e Piranesi, del 1748; il «Pian topographique de Rome moderne» di Paul Letarouilly, del 1841; un'edizione del 1820 delle «Vestigia Antiquae Romae» di Pirro Ligorio, celebre ricostruzione della Roma imperiale, e altri pezzi con firme da Sickler a Bulla, tra cui molte piante ottocentesche decorative. Una raccolta di valore che farebbe gola a qualsiasi collezionista, ma che la famiglia Basso mette invece a disposizione con l'intento di «stimolare donazioni da parte di privati a favore della Fondazione. Tutto è lecito pur di poter continuare a fare cultura». Altrimenti detto, al termine della mostra (allestita in via della Dogana Vecchia 5 dal 12 al 23 dicembre e intitolata «Roma-in-pianta») ogni benefattore riceverà a sua volta in regalo una delle piante esposte, «di valore proporzionato alla sua donazione». Non si tratta di una vendita, va detto: oltretutto tecnicamente impossibile per una Fondazione. Bensì di una richiesta di aiuto, il gesto estremo di chi è pronto a privarsi di un bene privato e affettivo pur di salvare la «baracca»: che in questo caso, però, rappresenta un pezzo importante di storia italiana.