DA magazzino a museo. Da archivio riservato solo a pochi studiosi a spazio aperto al pubblico. Prima in Italia a compiere questa piccola rivoluzione e a violare il tabù che nasconde e condanna all'oblio tanti gioielli che non trovano posto nei percorsi storicizzati d'esposizione la Galleria Borghese ha deciso di rimettere stabilmente in vista dal 30 novembre tutti i quadri dei suoi depositi: oltre seicento opere che vanno così ad aggiungersi ai Caravaggio, ai Raffaello, e agli altri duecentosessanta capolavori in mostra nella pinacoteca del piano nobile, colmando con nuovi preziosi tasselli la ricostruzione della storia della sua eccezionale raccolta d'arte figurativa, nata a inizio Seicento dai capricci, dall'arroganza e dal gusto di mecenate illuminato del cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V. E' un obiettivo che Kristina Herrmann Fiore, una delle due direttrici della Galleria, insegue da quando nel 1997 il Casino Borghese, su impulso dell'allora ministro della Cultura Walter Veltroni, riaprì i battenti dopo il letargo di un interminabile e sofferto restauro. E che finalmente è riuscita a realizzare, grazie al contributo di uno sponsor, la banca Crédit Suisse, che le ha consentito di riattrezzare come appendice della quadreria principale gli ambienti dei magazzini, ricavati negli ultimi due piani del sottotetto. Luci dosate, pareti rifoderate al posto delle spartane griglie del deposito, un sobrio allestimento per reimpaginare e rendere leggibili quadri di epoche, autori, valore, temi e dimensioni, diseguali ed eterogenei. Persino qualche mobile d'epoca a colmare i vuoti ed offrire punti di sosta. Pochi semplici ritocchi che hanno trasformato in un museo accogliente e accessibile la vecchia soffitta. Impossibile, purtroppo, ovviare alla ristrettezza degli spazi e alla cronica mancanza di custodi, carenze e cautele che già obbligano a dosare col contagocce gli ingressi ai due piani del Casino Borghese: non più di 300 visitatori a turno, non più di novanta persone a volta nei saloni della pinacoteca. Ancora più rigido il filtro per visitare la nuova galleria: non più di 20 persone a turno sotto la scorta di una guida e obbligo di prenotazione, con un costo aggiuntivo di due euro. Il telefono predisposto (06.32810) è già sovraccarico e i primi due giorni d'apertura registrano il tutto esaurito. Ma è occasione da non perdere e vale la pena mettersi in coda. Lo spettacolo ricompenserà sicuramente questi disagi. Certo non si tratta sempre di opere di pregio. In inventario figurano pezzi che si sono aggiunti alla raccolta in modo casuale. Quante Madonne di bottega, ad esempio: per ingraziarsi il cardinale i parroci delle aree in cui era più influente facevano a gara a donargli quadri di devozione, certamente non di prima scelta. Ma sono "minori" che comunque fanno storia. E basterebbe da sola a giustificare la visita la Venere di Baldassarre Peruzzi, un nudo su sfondo scuro di grazia e sensualità impareggiabili, messo in risalto da un recente restauro, che ti accoglie nella prima sala, dove sono stati raccolti quadri del primo Cinquecento, tutti o quasi di scuola o influenza raffaellesca. O la grande tela del Cristo Portacroce di Sebastiano del Piombo nella sala centrale, ordinata sul leit motiv dell'impronta di un altro genio del Rinascimento, Michelangelo. Occhio al volto della Madonna, che spicca nella penombra: «Molto probabilmente - spiega Kristina Fiore - l'autore l'ha modellato su un ritratto di Vittoria Colonna, rendendo così omaggio alla musa e alla madrina del Cenacolo neoplatonico animato dalla presenza del Buonarroti e dei suoi allievi». O il piccolo intensissimo ritratto di S. Francesco , firmato da Annibale Carracci, appeso nella stessa stanza. O ancora la stupefacente grande tela, che domina la parete di fondo, eseguita da Lavinia Fontana, una pittrice scoperta e lanciata dal cardinale Scipione Borghese. Ritrae, in una smagliante nudità da Venere classica, Minerva che si spoglia della sua corazza e dei suoi abiti da guerriera. «Solo la sensibilità di una donna e di un'artista di rango - nota Kristina Fiore - poteva offrirci un ritratto così intimo e inusuale di una dea tanto severa e austera». Un quadro su commissione che rivela il fiuto anticipatore di Scipione Borghese e la sua capacità di intuire e sostenere il talento dei maestri che si affacciavano sulla scena e rivoluzionavano i canoni dell'arte: come Bernini, Lanfranco, Caravaggio. Capace di follie questo cardinal nipote pur di impadronirsi di un quadro, non importa se celebrato o discusso, che gli stava a cuore. E persino soprusi: non esitò a trafugare la Deposizione di Raffaello da una chiesa di Perugia e ad imprigionare il Domenichino per strappargli la Caccia di Diana che aveva dipinto per un porporato rivale, Pietro Alessandrini. Stesso trattamento che riservò al Cavalier d'Arpino, per impossessarsi dei Caravaggio di sua proprietà, ricompensandolo poi a partita chiusa con altre commesse: tra i quadri che tornano in vista nell'ex magazzino due bellissime tele firmate appunto dal Cavalier d'Arpino. Una sola passione Scipione non riuscì a coronare: quella per il Correggio (la Danae in mostra al piano nobile entrò nella raccolta solo due secoli dopo, un acquisto di un suo successore a Parigi). Vuoti di un catalogo ideale che colmava, facendosi confezionare o regalare copie dei lavori e degli autori più ambiti. La mostra dei depositi esibisce ampia campionatura di questi cloni: due Correggio appunto, e poi Veronese, Carracci, Giulio Romano e così via. Abitudine che spesso inganna gli esperti e intrecciandosi alle lacune dei dati d'archivio di casa Borghese complica le attribuzioni. Lasciando senza firma o nell'incertezza su chi le abbia realizzate molte opere di grande pregio. Ecco, ad esempio, su una parete un ritratto, per lungo tempo assegnato a un imitatore e ora restituito al Ribera. Anche su questo versante la riapertura al pubblico dei magazzini della Galleria può avere un effetto importante, agevolando la circolazione e il raffronto iconografico dei quadri in collezione. E stimolando allo studio gli stessi esperti del museo. Tra le scoperte che hanno accompagnato il suo intervento di riordino Kristina Fiore mostra con orgoglio una tela, classificata sotto altro nome, che ora è convinta di potere attribuire a Jacopo Zuccari, uno dei fondatori dell'Accademia di S. Luca. E' un quadro di forte valore emblematico: una lezione di anatomia nella quale la fantasia dell'autore ha raffigurato tutti i grandi maestri vivi o morti della sua epoca, da Raffaello a Michelangelo.