- New York. - La provocatoria proposta per recuperare i pezzi rubati New York - Una provocatoria proposta del direttore di uno dei più importanti musei americani, il Metropolitan Museum di New York: secondo Philippe de Montebello i sacheggiatori del Museo Nazionale di Baghdad dovrebbero ricevere l'immunità e un piccolo compenso in cambio della restituzione delle opere d'arte rubate. De Montebello ha portato la sua iniziativa alla Casa Bianca e ne ha discusso con Carl Rove, il consigliere politico del presidente Bush, trovando accoglienza positiva al suo suggerimento: "Anche lui - ha detto lo storico dell'arte americano - si è detto d'accordo che l'immunità e il compenso sono la via da percorrere". L'idea di pagare i saccheggiatori per riavere indietro la statua senza testa del re sumero Entenema ed altri inestimabili cimeli spariti dal Museo Nazionale dell'Iraq è considerata anatema tra i puristi del'archeologia persino in America, paese che per decenni ha fatto da ricettacolo di oggetti d'arte e di archeologia di importazione clandestina. D'altra parte la gravità del danno subito dal museo di Baghdad è considerata tale che questa proposta, per provocatoria che sia, ha preso piede tra gli addetti ai lavori: "Dal momento che non c'è nessuna buona soluzione, attacchiamoci la meno peggio", ha scritto pragmaticamente ieri sul Wall Street Journal Hershel Shanks, direttore della rivista Biblical Archaeological Review. Intanto anche negli Usa un gruppo nutrito di archeologi si prepara a indossare sahariana e cappello di Indiana Jones e a partire per l'Iraq: "Sono pronto a fare il necessario", ha detto al Boston Globe Tony Wilkinson, professore di archeologia all'Università di Chicago. Ma sia Wilkinson che altri suoi colleghi offrono la loro disponibilità con una nota di prudenza: ogni sforzo di assistenza ai colleghi iracheni deve essere ben coordinato. "Vogliamo a tutti i costi evitare l'immagine di Hollywood", ha detto Irene Winter, specialista di arte mediorientale antica a Harvard. A suo giudizio in Iraq ora serve una squadra di professionisti in grado di salvare il salvabile, non un'orda di dilettanti sia pure pieni di buone intenzioni. "La prima cosa da fare - spiega Winter - è di ricostruire il Dipartimento alle Antichità iracheno", e solo allora "potranno arrivare gli archeologi e avere un ruolo simile a quello che a Firenze ebbero, dopo l'alluvione del 1966, gli angeli del fango". Non è ancora chiaro che cosa intenda fare il governo americano di fronte a una emergenza culturale che negli Usa sono in molti ad aver condannato come esecrabile ma anche purtroppo prevedibile. Tra quanti hanno imputato alla negligenza delle forze armate Usa i saccheggi al museo ci sono stati anche due consiglieri culturali del presidente Bush che per protesta si sono dimessi da una commissione della Casa Bianca. Citando "la prevenibile distruzione" del Museo Nazionale di Antichità dell'Iraq hanno rassegnato le dimissioni il presidente della Commissione per la Proprietà Culturale della Casa Bianca Michael Sullivan e il suo collega Gary Vikan, direttore della Walters Art Gallery di Baltimora. Sullivan ha osservato in una lettera alla Casa Bianca che le forze armate Usa hanno dimostrato "straordinaria precisione ed efficacia nella protezione dei pozzi petroliferi iracheni" mentre sono state "totalmente impotenti quando si è trattato di proteggere l'eredità culturale del popolo iracheno". La Commissione per la Proprietà Culturale della Casa Bianca è l'organo consultivo incaricato di armonizzare le norme americane sulle importazioni con le restrizioni imposte da altri paesi sull'export di beni culturali.
Il Met: paghiamo per recuperare i beni iracheni
Il direttore del Metropolitan Museum di New York, Philippe de Montebello, ha proposto di offrire un piccolo compenso e l'immunità ai saccheggiatori del Museo Nazionale di Baghdad per la restituzione delle opere d'arte rubate. L'idea è stata accoglienza positivamente dal consigliere politico del presidente Bush, Carl Rove. Tuttavia, molti archeologi americani considerano questa proposta anatema e hanno espresso la loro disponibilità a partire per l'Iraq per aiutare a salvare il salvabile, ma con prudenza e coordinamento. Il governo americano non ha ancora chiarito le sue intenzioni.
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