NEL GRAN FREDDO di una mattina illimpidita dalla tramontana, il Soprintendente mi guida per una salitella ormai vietata ai visitatori, dopo il crollo del muro, fino alle Uccelliere, agghindate e vezzose, degli Orti Farnesiani. Il cardinale Alessandro Farnese, fratello di Papa Paolo III, creò qui il primo orto botanico del mondo, e nel corso di un secolo, fino al 1625, coprendo senza scrupoli gran parte delle strutture antiche, il Vignola, Jacopo del Duca, Giacomo Rainaldi, vi si avvicendarono inventando fontane, giardini segreti, ninfei, vigne ed il Casino del Belvedere. Il problema, mi spiega il Professore, è ancora quello di conservare il meraviglioso habitat farnesiano, e gli assetti successivi, «rispettando di più», dice, «le antichità... ». E per esempio si è appena scoperto che il muro crollato alle spalle della terrazza inferiore delle Uccelliere, ornata dalla incantevole Fontana del Leone, (dove si addensa il capelvenere), é ottocentesco, e non romano. Il Soprintendente chiama la giovane archeologa Francesca Carboni, in tuta guantoni e casco protettivo, a confermarmelo: mattoncini di copertura, disposti a simulare l'arte muraria romana, ma imbottiti di terra di riporto. «Probabilmente - dice Bottini - è un muro di Pietro Rosa...». Ed apprendo così l'esistenza di un personaggio davvero straordinario, architetto e topografo, a cui risalgono i primi scavi sul Palatino, voluti e finanziati da Napoleone III, il figlio secondogenito di Luigi Bonaparte, (nominato da Napoleone I, suo più celebre fratello, Principe d'Olanda). Il Professore mi indirizza da Maria Antonietta Tomei, uno dei Direttori della Soprintendenza, che ha scritto, mi dice, un documentatissimo volume sulla storia degli scavi francesi del Palatino, condotti appunto da Pietro Rosa. Gli scavi cominciarono non appena, nel 1861, Napoleone III - che intendeva scrivere una "Histoire di Jules Cèsar", riconoscendosi nel personaggio del «dittatore saggio e a tempo» - acquistò gli Orti Farnesiani dall'ex Re di Napoli, Francesco II di Borbone, che li aveva ereditati dai Farnese. Ma intanto il Soprintendente mi dice le sue preoccupazioni per la gestione del Palatino; e mi sembrano tanto più giustificate perché ho l'impressione che Angelo Bottini sia una persona immune da un pessimismo «istituzionale». «Questa è una Soprintendenza ricca - mi avverte - se la paragono a quella di Firenze dove ero prima...». E tuttavia, due cose sono essenziali, e dovrebbero essere, dice, capillari e costanti: «Il monitoraggio e la manutenzione. E già il monitoraggio dell'intero complesso è un'impresa quasi disperata. Non conoscendolo tutto, e non essendo opportuno portare alla luce tutto quanto esiste nel sottosuolo, che fino alla valle del Colosseo rimane inesplorato, è anche difficile metterlo in sicurezza ». Poi, chiarisce qual'era il metodo di costruzione dei palazzi repubblicani ed imperiali elevati, sottolinea, in soli cinquant'anni, sul colle: che, per essere in origine dedicato alla Dea Pales, si chiamò Palatino e quindi diede il nome a ciò che ancora oggi chiamiamo Palazzo. «I romani - dice il Soprintendente - non distruggevano nulla: inglobavano e spesso utilizzavano le vecchie costruzioni, edificando il nuovo. I Palazzi più importanti usavano razionalmente il sottosuolo attraverso criptoportici, camminamenti, cunicoli adibiti alle più varie funzioni... Da Augusto a Nerone, l'esplosione urbanistica di Roma, della sua classe egemone, diremmo oggi, durò non più di cinquant'anni... Un tempo brevissimo, se si pensa alla megalomania di Nerone il cui cantiere era immenso, si estendeva dal Palatino al Colle Oppio... Nerone progettava di farne per intero il suo Palazzo... ». «E tutto questo oggi è a rischio?», chiedo. «Sì, se non si riesce ad estendere il monitoraggio, e a realizzare il consolidamento archeologico di una vasta parte del Palatino, il rischio che sprofondi c'è... Ma qualcosa stiamo facendo...». E mi porta a vedere ciò che resta della Domus Tiberiana, di cui Pietro Rosa cominciò a scavare, per Napoleone III, un atrio centrale interrato e due serie di stanze. «Qui sarà installato a partire dal primo gennaio il cantiere di manutenzione, per cui saranno impiegati i 5 milioni di euro stanziati dal governo nel 2004». Ultima domanda: «Di che cosa ha bisogno soprattutto la sua Soprintendenza? ». La rispostami sorprende: «Soprattutto di personale, a livello impiegatizio: geometri e amministrativi. A livello di vertice, gli archeologi non ci mancano, e agli ingegneri, come l'ingegnere Giorgio Croce, docente universitario, a cui è stato affidato il compito di individuare le cause del crollo del muro di Pietro Rosa, si possono richiedere prestazioni professionali di altissimo livello...». «Professore - azzardo - ma non bastano le belle rovine a far felici noi posteri? Guardi questo gruppo di visitatori che non riuscivano a ritrovarsi tra loro perché alcuni avevano scambiato l'Arco di Costantino per l'Arco di Tito... Non hanno un'aria estasiata comunque?». Bottini sorride indulgente: «Penso - dice - ad un mezzanino come centro di servizi della Soprintendenza, da installare nella stazione della nuova metropolitana, con una serie di informazioni didattiche per i visitatori del Palatino e del Foro... Perché un po' di conoscenza ci vuole... ».