CAGLIARI. L'idea è buttar giù le case caserme di Sant'Elia che compaiono alla vista appena si imbocca l'asse mediano direzione stadio. Un muro fisico che tiene lontana la città e delimita il nulla di un quartiere senza ristoranti, palestre, giardini, negozi. Neppure la farmacia e neppure il posto di polizia, come ben si sa. Non che tutte queste cose non fossero state previste, semplicemente non sono state fatte. In quei palazzi anche di dieci piani dove riescono ad abitare fino a 200 persone la manutenzione è estremamente costosa, come ben documentò la commissione consiliare ai lavori pubblici negli anni 1997-1998. Fu allora che venne espresso un concetto: la demolizione gestita in tutti i suoi delicati passaggi è la meno costosa delle soluzioni. Il problema, evidentemente, è cosa fare sulle demolizioni. L'idea perseguita dalla giunta regionale è chiara: si ricostruisce, ma in modo diverso. In queste settimane la Regione emanerà un bando di prequalificazione per le figure professionali che dovranno studiare il futuro di Sant'Elia. La macchina s'è mossa già nel marzo scorso, quando la giunta regionale deliberò di spendere 800 mila euro ottenuti dal Cipe proprio per «studiare la riqualificazione urbana di Sant'Elia». L'assessore regionale ai lavori pubblici, Carlo Mannoni, spiega che Sant'Elia non è stata l'appendice di un progetto, ma che anzi la giunta ha la precisa consapevolezza dello sforzo necessario perché il quartiere esca da una condizione non accettabile. Adesso l'operazione comincia a entrare nell'operatività. «La procedura che verrà seguita per capire cosa è fattibile a Sant'Elia, per ragionare sull'ipotesi di demolire i palazzi del Favero, quelli che dal centro città vediamo come un muro, sarà innovativa, almeno per la nostra regione. In due mesi, i professionisti dovranno consultare il Comune, la popolazione residente, le categorie affinché ciò che verrà stabilito essere fattibile, sia il risultato di un coinvolgimento pieno e partecipato di chi poi dovrà uscire da quelle case e trovarne altre. Adesso siamo nella fase dell'approfondimento, l'operazione riguarda circa trecento famiglie. La procedura scelta è quella del convegnogara: i professionisti che partecipano al bando spiega ancora l'assessore lavoreranno in grande trasparenza, i risultati del loro lavoro verranno presentati subito alle parti che comunque, al momento del risultato, avranno già avuto la loro fetta di attenzione e tutto verrà portato in pubblico e inserito nel dibattito». La scelta spetterà alla fine a una giuria che deve essere ancora nominata. «La nostra idea è che con questo metodo continua l'assessore la soluzione ai problemi del quartiere sarà condivisa dalla popolazione: per capire cosa fare e come farlo ci vuole il pieno coinvolgimento degli abitanti che devono stare a Sant'Elia, certo, ma, ripeto, con un'edilizia diversa». Il contratto di quartiere promosso dal Comune e finanziato dallo Stato non è «un impedimento»: «Sta andando a rilento spiega ancora l'assessore regionale si tratta di un progetto finalizzato al miglioramento edilizio del quartiere, rinegozieremo con lo Stato la destinazione di quei fondi, a Sant'Elia c'è molto da fare». Il tema «cosa facciamo a Sant'Elia» tenne banco tra il 1997 e il 1998. Ricorda bene quel tempo Gianni Agnesa, ingegnere, allora consigliere comunale Ds e vicepresidente della commissione consiliare ai lavori pubblici. Diverse, alla fine, furono le proposte che vennero presentate in sede di approvazione del bilancio: bisognava rimediare al grande problema dei costi causati dalle manutenzioni di edifici prefabbricati quindi molto meno resistenti all'usura e all'incuria, però si doveva anche cogliere l'occasione per togliere pressione al quartiere portando gli abitanti degli edifici da abbandonare e demolire in complessi ex industriali allora prossimi alla riconversione in zone edificabili. La ricetta giusta doveva venire fuori da una mescolanza di edilizia popolare pubblica e edilizia borghese privata. In quegli anni c'erano in ballo le destinazioni di Pirri, l'ex cementeria e Tuvixeddu: l'idea valutata in commissione fu quella di spostare in queste zone un 30 per cento di edilizia pubblica ed eventualmente «attraverso le permute ricorda Gianni Agnesa , di promuovere l'edilizia privata a Sant'Elia». Agnesa illustra le tappe che portarono la commissione a proporre un travaso di abitanti e non invece una ricostruzione sul posto. «Come commissione ai lavori pubblici ci trovammo a esaminare il problema delle manutenzioni. Facemmo vari sopralluoghi, era evidente che gli edifici prefabbricati diventavano osoleti più in fretta. Ma durante i sopralluoghi continua l'ingegnere ci rendemmo conto dell'invivibilità di quel quartiere, provocata anche dal tipo di costruzioni. Ce n'erano di 10 piani, condomini di 200 persone: ingestibili. Il progetto originario era imcompleto. Avevano previsto un piano negozi: mai fatti. Sulla carta c'erano scuole, impianti sportivi, biblioteca, giardini: nulla di tutto questo si vedeva. Inoltre il quartiere era mal collegato con la città. Tra il 1997 e il 1998 si stava chiudendo il percorso del nuovo piano urbanistico generale e c'erano aree ex industriali da riconvertire in zone edilizie: ci sarebbe stata la possibilità di decongestionare Sant'Elia, troppo abitato, e nello stesso tempo di portare nel quartiere tutti servizi della città. L'emarginazione nasceva anche dal fatto che lì non c'era nulla dei luoghi che contraddistinguono una città». Ma se Agnesa oggi resta perplesso di fronte all'idea di demolire per ricostruire esattamente a Sant'Elia, non lo è assolutamente su un altro punto: in questo quartiere la demolizione non è un costo ma un investimento. «E' concettualmente sbagliato va avanti l'ingegnere considerare la demolizione un costo. Per fare i conti occorre pesare i costi delle manutenzioni, che nel caso di Sant'Elia sono enormi e poi i costi sociali diretti e indiretti pagati dal quartiere, enormi anche questi. Per risolvere i problemi di Sant'Elia occorrono volontà, organizzazione, denaro, un programma attento. A Barcellona, in quattro anni, un quartiere popolare è diventato il villaggio Olimpiadi». Mannoni: in due mesi lo studio di fattibilità da 800mila euro Agnesa: «Demolire non è un costo ma un investimento».
Sant'Elia nuovo, il progetto si farà in piazza
La Regione ha deciso di spendere 800 mila euro per studiare la riqualificazione urbana di Sant'Elia. L'idea è quella di demolire le case prefabbricate e ricostruire il quartiere. La procedura scelta è quella del convegnogara, che prevede l'approfondimento con i professionisti e la consultazione della popolazione. La giuria scelte dal Comune dovrà decidere cosa fare sulle demolizioni. L'assessore regionale Carlo Mannoni spiega che Sant'Elia non è stata l'appendice di un progetto, ma che la giunta ha la consapevolezza dello sforzo necessario per far uscire il quartiere da una condizione non accettabile.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo