Finito il restauro a Brera della gigantesca tavola, per la quale fu ideato il laboratorio di vetro. Grande luminosità e ingresso gratuito per tre sere La Pala Pesaro del Savoldo esce dalla gabbia Per due anni, i visitatori della Pinacoteca di Brera a Milano hanno potuto seguire in diretta il restauro della gigantesca e pesantissima Pala di Pesaro (olio su massiccia struttura di 5 metri per 3 composta da 19 tavole disposte longitudinalmente) del pittore bresciano Gerolamo Savoldo, chiusa in un grande box dalle pareti trasparenti in policarbonato. Stamane alle 11, presente il ministro dei Beni culturali Buttiglione, la grande tavola, liberata dall'ingabbiatura del laboratorio di restauro, ritornerà a parete, in una nuova cornice, nella stessa sala XIV in cui è sempre stata da quando arrivò a Brera, nel 1811, tra le confische napoleoniche. Per permettere di ammirare la Pala, restituita a una vivida luminosità, fin dalla cortina di nuvole e dal cielo di lapislazzuli ch'era stato coperto da una ridipintura ottocentesca, i Saloni Napoleonici saranno eccezionalmente aperti al pubblico per tre giorni da domani a sabato anche dalle 20 alle 22.30, a ingresso gratuito, senza prenotazione: i visitatori saranno accompagnati dalle musiche di Marcantonio Cavazzoni (fu testimone al contratto stipulato fra i domenicani e il Savoldo per la Pala) e di altri autori cinquecenteschi, eseguite da organo e clavicembalo (info 02.89421146). La Pala Pesaro è una delle più grandi al mondo, la maggiore a Brera: fu commissionata nel 1524 al pittore bresciano e realizzata a Venezia, entro il 1526, per l'altare maggiore della chiesa di San Domenico di Pesaro. Rappresenta la Madonna in gloria col Bambino, gli angeli, i santi Pietro, Domenico, Paolo e Gerolamo. Il restauro ha restituito anche tutta l'intensità del paesaggio, identificabile con Venezia vista dalle Fondamenta Nuove: fu realizzato, hanno rivelato le indagini riflettografiche, tutto di getto, senza disegno. I rarissimi spostamenti erano stati persino annotati sul retro, nel 1646 e nel 1797, accompagnati dalle firme di coloro che se li accollarono (nella prima data una specie di altarolo cartaceo fu incollato alle tavole come ex-voto per l'avvenuto spostamento); e dal suo ingresso al museo la pala fu rimossa solo due volte, nei due conflitti mondiali, quando tutta la Pinacoteca fu smontata (proprio la sala del Savoldo fu bombardata nel 1943). L'enorme difficoltà di rimuovere senza danni la pala dalla sua sede aveva imposto uno sforzo di ideazione unico nel mondo, perché potesse essere sottoposta all'indifferibile restauro in un cantiere aperto, all'interno della Pinacoteca stessa, costruendo un laboratorio attorno al dipinto. Era stata perciò inventata una vera e propria «macchina»: un laboratorio sotto vetro, dotato anche di impianti di aspirazione e depurazione dell'aria, con piani mobili perché i tecnici lavorassero comodamente, fino a inclinare anche orizzontalmente la pala. Le operazioni di restauro comportavano la rotazione della pala, ma anche il movimento verticale della pedana per permettere ai restauratori di raggiungere ogni suo punto. Il restauro, diretto e coordinato da Mariolina Olivari, mirava a restituire stabilità al supporto e leggibilità al dipinto. La pala , una delle rarissime imprese di pittura religiosa di grande formato del Savoldo, nell'impianto tizianesco (attento soprattutto alla veneziana Assunta dei Frari e all'anconetana Pala Gozzi), ribadisce però il corposo realismo lombardo e l'impasto di luce di natura e luce di spirito proprio del grande maestro bresciano dalla biografia tuttora in parte oscura. Nel respiro degli spazi luminosi tutto piega il classicismo verso emozioni più estatiche e meditative. Anche questa pala si concentra sul tema della luce centrale nel Savoldo, naturale e medium di eventi spirituali: in alto la luce si irradia attorno alla Vergine e al Bambino dall'infinito affollarsi delle teste dei serafini (angioletti «ardenti»), mentre in basso i quattro maestosi santi sono immersi nell'atmosfera della laguna. Tutta l'operazione, col laboratorio, è stata finanziata dalla Pirelli, che dal 2000 ha «adottato» la sala XIV di Brera - la sala dei pittori della realtà bresciano-bergamaschi -, provvedendo in precedenza al restauro di altre opere (La presentazione al Tempio di Romanino; La Madonna col Bambino e Santi Girolamo, Francesco e Antonio Abate di Moretto; la Sacra Conversazione di Moroni). Ora non cessa l'attività di restauro all'interno della machina trasparente ideata per il Savoldo: il laboratorio, progettato dallo studio di architettura Sottsass e realizzato dalla Goppion, è stato rimontato nella sala XVIII, per l'Adorazione dei magi con Sant'Elena di Palma il Vecchio.