Deludente progetto del «polo archeologico» della Provincia a Bari Vecchia. Ora si farà un concorso d'architettura? Siamo proprio sfortunati con i nostri vecchi cocci. Chiuso per lunghi anni il museo archeologico nella sua propria sede di Palazzo Ateneo; naufragato l'incarico a Gae Aulenti per progettare il nuovo museo nel complesso di S. Scolastica, intanto ridotto a deposito; rubati preziosi reperti e ancora oggi, un anno dopo il crimine, non si sa né guanti né quali né se ci sia stata qualche negligenza di funzionari della Provincia. E adesso un discutibile progetto di «polo museale». La settimana scorsa è stato presentato dalla Amministrazione Provinciale uno studio di fattibilità subito contestato dagli esperti: «Si avverte la mancanza di un archeologo nel gruppo dei progettisti», ha detto Giuseppe Andreassi, il Soprintendente ai Beni archeologici della Puglia. E già questo dovrebbe bastare a convincere il presidente Divella a non proseguire sulla strada intrapresa. Lo studio di fattibilità, finanziato attraverso l'accordo quadro Stato-Regione, dove-i va-ìn origine definire solo gli interventi di recupero dell'area di piazza S. Pietro. Ma si è pensato di allargarsi al tema del museo, dal momento che a questo uso era stato destinato l'adiacente complesso di S. Scolastica. Dello studio è stata incaricata la Soprintendenza ai Beni Architettonici e per il Paesaggio di Bari e Foggia. Ma, come sì legge nella relazione, il progettista - l'architetto Marcello Benedettelli - ha ritenuto che «la presentazione nello studio di fattibilità del progetto preliminare del nuovo polo museale archeologico possa consentire nel breve termine la definizione di una progettazione definitiva». Chi debba essere incaricato del progetto definitivo non è ancora stato deciso né se attraverso un concorso o se per affidamento diretto. In ogni caso le scelte di questo studio lievitato a progetto preliminare comprometterebbero l'esito anche di un eventuale concorso. Ciò che è stato mostrato in pubblico è già sufficiente per esprimere un giudizio critico, che è negativo sia considerando il metodo, sia dal punto di vista urbanistico, sia sotto l'aspetto dell'architettura e dei materiali. Vediamo i punti uno per volta. Il progetto consiste nella ristrutturazione di S. Scolastica e nella nuova costruzione di volumi sull'area degli scavi. Nell'ex convento andrebbero collocati il book-shop, la caffetteria, la sala convegno, la mediateca e alcuni spazi espositivi. Il lavoro di Benedettelli, con la consulenza dell'architetto Giovanni Vincenti e dell'ingegner Antonello Vernale, riduce la questione ad un problema dì barriere per i disabili e non si confronta con i temi culturali che ancora oggi suscita un restauro, quello progettato negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio, meritevole di ben altra considerazione che non il disprezzo esibito verso l'invadenza del calcestruzzo (ma di questo si dovrà tornare a parlare). Sull'area archeologica sì prevede di realizzare un ingresso secondario, sale espositive su due livelli per circa 1.200 metriquadri, collegate a S. Scolastica attraverso passerelle e corridoi aperti che consentano di vedere l'attività di scavo, e infine un blocco destinato a depositi, servizi tecnici e uffici (quattro livelli), collocato sul margine esterno dell'area, di fronte al porto. I progettisti sostengono che «la campagna di scavi potrà confermare ovvero modificare l'andamento e il posizionamento dei percorsi e delle altre strutture», tuttavia i risultati già ottenuti con gli scavi appena conclusi non sono tenuti in minima considerazione. Proprio lì dove è stata localizzata la chiesa romanica di S. Pietro Maggiore rimangono collocate le sale espositive, seppur sospese; l'edifìcio con maggiore impatto sul suolo, cioè il deposito con un piano interrato, è previsto proprio dove gli scavi hanno messo in luce diversi strati archeologici, perfettamente leggibili (da manuale per le scuole), fino ai grossi conci delle murature normanne, a circa tre metri dì profondità rispetto al piane dì campagna. Ad eccezione di questo edificio, «tutte le strutture realizzate saranno di tipo trasparente, delimitate da pareti vetrate opportunamente schermate». Benedettelli dice che una nuova architettura nella città antica non dev'essere mimetica, ma onestamente contemporanea. Perfettamente d'accordo. Ma quando poi ne vediamo l'esito ci appare un padiglione fieristico di ferro e vetro, con una copertura inutilmente strallata, secondo l'erroneo convincimento che così si ottiene un effetto di leggerezza. Mentre è ben noto - basti guardare alle opere di Jean Nouvel - che il vetro ha una sua solidissima matericità, che viene anzi esaltata dalle straordinarie qualità performative, capaci di una invasività percettiva addirittura superiore alla pietra. Infine, l'inserimento urbanistico. Siamo nel punto in cui è nata la città di Bari e che potrebbe essere, per chi viene dal mare, per chi arriva in porto, il suo miglior luogo d'ingresso. Anzi lo era, come dimostrano le tracce visibili della porta rinascimentale, emerse con gli scavi. Ma il progetto di Benedettelli al mare volge le spalle con la cieca parete del deposito e apre entrambi gli ingressi sull'interna piazza S. Pietro. È del tutto evidente che invece l'ingresso al museo archeologico debba essere dal mare, anzi proiettato nel porto, magari attraverso un ponte pedonale che arrivi sino alle banchine e al parcheggio degli autobus. Questo almeno nel caso in cui pensiamo ad un museo che debba essere visitato, nel quale il famoso turista o crocerista debba essere naturalmente condotto. Presunzione del critico? L'idea non è per nulla originale. Anzi è già norma urbanistica del Comune di Bari che i progettisti non dovrebbero ignorare. Nel Piano particolareggiato di Bari Vecchia, infatti, si prevede di realizzare «una passerella pedonale - citiamo alla lettera - che colleghi direttamente, sovrapassando la strada., la Città Vecchia alla zona della Dogana, sfruttando il salto di quota oggi costituito dal complesso di case popolari S. Nicola; anche questo piccolo intervento può servire a rafforzare il rapporto con il flusso turistico dell'area portuale». Si può dunque costruire un museo con incarichi urbani di tale spessore attraverso un affidamento diretto anziché bandire un importante concorso dì architettura, come giustamente reclama da anni l'Ordine degli architetti? Si può sprecare una così rara occasione per dare qualità architettonica alla città incaricando del progetto quello stesso soprintendente che deve poi controllarlo? Certo non è vietato, ma - come si vede - non ci sembra nemmeno opportuno.