Negli spazi espositivi del Complesso del Vittoriano il ministero per i Beni e le Attività Culturali ha promosso, in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri, con la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e in particolare con l'Istituto Centrale per il Restauro, la mostra L'eccellenza del restauro italiano nel mondo. Posta sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è stata allestita, con puntiglioso equilibrio di collocazione (va dato merito, ancora una volta, a Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia) nella Sala Alcide De Gasperi; è a cura di Giuseppe Proietti, Capo Dipartimento per la Ricerca, l'Innovazione e l'Organizzazione del ministero promotore. Si tratta di una manifestazione di grande rilevanza culturale, che testimonia anzitutto il nostro invidiabile livello di merito nel settore della ricerca archeologica e del recupero del patrimonio artistico, della sua tutela e conservazione. Dal 1972, anno di stipula della Convenzione Internazionale sulla Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale, si sono sviluppati studi, ricerche scientifiche e tecniche in siti di straordinario interesse tendenti a sostenere l'azione dei vari Stati per valorizzare al meglio i beni da essi posseduti. L'alta competenza italiana ha consentito di accrescere via via gli interventi all'estero, dall'Asia all'Africa alle Americhe; e il nostro contributo si è rivelato mirabile ed essenziale non solo dal punto di vista pratico, ma ancor più per la corretta e avanzata metodologia adottata come premessa intesa a garantire qualsiasi intervento. Ed è così che la nostra Nazione, pur nobilissima a dispetto, vorrei dire, delle tante intricate passioni che oggi la tormentano, si è distinta per la qualità del suo impegno in questo campo davvero complesso, impegno che le assegna un primato assoluto a livello mondiale. Devo dire che questa mostra, così finemente disposta e così efficacemente divulgata dall'accreditato Ufficio Stampa di Novella Mirri (la completezza dell'informazione non esclude una elitaria esigenza di base) mi ha profondamente emozionato. Non capita spesso. È stato un privilegio, un arricchimento inatteso, potersi trasferire, attraverso fotografie, rilievi fotogrammetrici, interventi filmici e ricostruzioni scenografiche con pannelli e grafici e persino attraverso la visione diretta di reperti originali restaurati ottenuti in prestito dai cantieri di formazione di Pechino e di Baghdad, nelle stregate località coinvolte. L'entusiasmo per l'eccellenza operativa dei nostri restauratori si accompagna, durante la visita, a una sorta di ebbrezza spirituale; credo non possano fare a meno di avvertirla tutti gli spiriti sensibili. Riaffiorano alte meraviglie. Eccoci a Pechino all'interno della Città proibita, nella Sala dell'Armonia Suprema; il potere assoluto degli imperatori veniva esercitato proprio in questo fastoso trionfo d'architettura che ne costituisce il simbolo e quasi una sfida per il resto del mondo. Significativi anche gli interventi nella Grande Muraglia, costruita durante la dinastia Tsin per difendersi dalle incursioni dei Hsiung-nu, poi distrutta in gran parte nel secolo XIII dai Mongoli di Kublai Khan, ricostruita tra il 1371 e il 1644 e da allora baluardo per respingere ogni tentativo d'invasione delle popolazioni nomadi. Tutt' altro che trascurabile il contributo italiano nel restauro del Museo Nazionale di Baghdad, gravemente danneggiato e depredato nel 2003. E che dire della nostra presenza risanatrice a Ninive, la città della Mesopotamia fiorita sotto il regno di Sennacherib e che raggiunse il suo massimo splendore con Assurbanipal? Qui gli scavi organizzati dai nostri esperti hanno permesso di scoprire bassorilievi in alabastro che devono considerarsi la massima espressione della scultura figurativamente "umana" di tutti i tempi. Basterebbe l'attività d'indiscutibile livello finora indicata, senza inserire nel discorso mi si passi la preterizione ciò che si è ottenuto per merito italiano nella Cittadella Fortificata di Barn, in Iran, completamente distrutta dal terribile sisma del 2003, ad Ajanta, la città indiana celebre per i suoi 25 monasteri e i 5 templi buddisti scavati in gran parte nella roccia, particolarmente impreziositi dai cicli di affreschi rigenerati (è il termine più adatto) dai nostri restauratori, basterebbe già questo, dico, per legittimare l'alto riconoscimento dell'Unesco, che con uno speciale protocollo assegna all'Italia la responsabilità di coordinare gli interventi di protezione del patrimonio culturale ed artistico mondiale minacciato di rovina per eventi bellici o calamità naturali. È il caso di ricordare, in proposito, che siamo stati definiti, con una azzeccatissima espressione, "i caschi blu della cultura". Molto si può aggiungere per sottolineare l'esattezza del giudizio: la catalogazione e il restauro degli oggetti custoditi nel Museo di Kabul, la capitale dell'Afghanistan; il restauro dell'Arco di Settimio Severo, l'imperatore romano che arricchì di monumenti Leptis Magna, l'antica città fondata dai Fenici e poi dominata dai Cartaginesi; e, sempre in Libia, del Teatro di Sabratha. Tra gli apporti più notevoli sono da annoverare quello riguardante la Stele di Axum, restituita, dopo una stupenda reintegrazione plastica, all'Etiopia. Non può dimenticarsi, infine, la nostra risolutiva collaborazione nell'allestimento del rinnovato Museo Egizio, al Cairo, e ad Alessandria nella ricostruzione della Biblioteca Alexandrina, fra le più celebri del mondo, fondata nel 233 a. C. da Tolomeo Sotere, vero e persistente universo del sapere (in larga parte per lo scientifico aiuto dell'Italia) pur dopo la rovina provocata da un incendio e poi, ahimè, da Cesare. Evviva dunque i nostri restauratori, che garantiscono la sopravvivenza di conquiste senza confronti!